martedì 10 maggio 2011

volevo scrivere Alice nel paese delle meraviglie

Generazione testarda, ambiziosa senza saperlo: "un desiderio inconscio - o meno - di emergere o di uscire dai binari della consuetudine". 
A scuola alternano se prenderci per buoni o no. A volte siamo i migliori, a volte ragazzi che "vivono in mondi tutti loro, anche se", o che fantasticano, o che "studia, ma è così polemica". Ai miei dicevano sempre "E' una attiva!", come se a volte chiedessero di disinnescarmi e a volte si compiacessero di non avere davanti solo monumenti apatici ad una consuetudine. 
Spesso ero "mica come": suo fratello, i suoi compagni,... 
Non ero come nessun altro, eravamo e siamo diversi. Lo siamo sempre stati, ricordi? 

"Volevo scrivere Alice nel paese delle meraviglie, ma poi il pensiero: qualsiasi cosa faccio non sarà meglio di Leonardo, ti porta a chiederti: a quale scopo? Molti hanno sofferto più di me e hanno fatto cose migliori": John Lennon, The Beatles Anthology. 

Contava tornare ad essere me stessa e non essere recitata da una parte di me che nemmeno esisteva e che tutti, tranne me, riuscivano a vedere. E che sapevo, che non c'era. Parti di me che non erano mie. Il Liga quando dice "c'è chi mi vuole come vuole...." 
Vedevo tutti i meccanismi che mi portavano a quelle situazioni, che poi era fondamentalmente sempre uno, sempre lo stesso, ma non riuscivo a capire come avrei potuto sbloccare la situazione, sbloccare tutto, reagire. 

Volevo continuare a scrivere quel mio "manifesto", volevo aver finito in realtà, forse perchè in fondo ci raccontavo la mia vita, forse perchè speravo così che alla fine per chissà quale motivo, la "chiave" l'avrei così trovata, forse perchè continuavo a immaginarmi la sua consistenza, una volta nato, una volta finito. 
La sua copertina, le sue pagine, la sua rilegatura. 
Il profumo della sua carta, il sapore delle sue frasi. Il suono della sua voce, che racconta. Cercavo di andare avanti con le righe e riporre qualcosa di me là dentro, in quelle pagine che per ora rimanevano digitate e mi chiedevo quando avrei riletto tutto sulla carta stampata e cos'avrei pensato, se sarei riuscita mai a finirlo, ad averlo in mano. 
E parlavo come se dovessi "avere in mano" la mia vita, forse perchè mi rendevo conto che "la mia vita" ce la stavo mettendo, così come in tutte le cose che facevo, in tutte le cose in cui credevo e avevo creduto fino ad allora. 
Era il mio "modo" di essere. 

Ci raccontavo anche la stanchezza e voglia di staccare, di evadere, di quei "giovani d'oggi" più che reale paura. 

Speravo che se almeno qualcuno avesse capito, io sarei stata un po' più libera. 
Libertà e liberazione. 

E nessuno poteva influenzarmi, o forse, proprio tutti. 
Ma il discorso non cambiava poi molto. 
E continuavo, facendomi portare da me stessa. 
Ma io non sono un personaggio. 
Se molta meno gente lo fosse, le cose andrebbero meglio. 

Spesso la sensazione era anche quella di sentirsi spaesati, senza individuare una strada che non fosse calpestata già da qualcun altro, a modo suo, senza avere preconcetti, senza avere casini da risolvere ovunque. E pensavo che l'avrei trovata, prima o poi, che già la stavo percorrendo una "mia strada", anche se era un sentiero. 

Non volevo sentirmi vittima delle circostanze.

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