domenica 29 maggio 2011

la nottambula di sette anni fa

(h.00.17 del 28/6/00) 
Ecco, non so esattamente a chi vorrei rivolgermi nascondendo la mia confusione tra le righe di queste pagine sfitte dai ricordi e incapaci di comprendere la possibilità di un futuro forse. 
Non so se sto parlando a Jack o sto chiedendo una mano a te. 
Sto soltanto cercando un ripiano a cui appoggiarmi per alzare il mio corpo stanco da questa terra fredda e assetata. 
Mi vengono in mente così tanti concetti sui quali potremmo soffermarci a riflettere insieme: l’acqua, l’aria, l’energia,.... ma sono immagini sfocate. E confuse. 
No, non ho dubbi su di noi. 
E’ solo un fottuto mal di testa che mi perseguita e proprio adesso che il mio istinto mi direbbe di bloccare tutti questi pensieri scombussolati nel loro essere, sopraggiunge il caos che mi annebbia la mente a intermittenza e non mi ricordo più che volevo scrivere. A che stavo pensando. E le campane suonano. A quale dettaglio. 
C’è come una forza che spinge la mia mente stretta tra le pareti del cuscino e mi ripete: “BASTA, PER OGGI BASTA”, ma io avrei voglia di “CONTINUARE e CONTINUARE e....” e lei “basta”. 
Così sono presa in mezzo e alla fine la spunta solo il sonno con la sua incontrollabile voglia di una bastarda tenerezza figlia della sua stessa solitudine che a volte, ma solo a volte, trova sfogo nelle dolci coccole di un “buonanotte” sussurrato all’orecchio. 
Già nel dormiveglia generale di questa stazione di pensieri soffocati dall’afa intorno. E dire “mi manchi” non basta a rivendicare il loro diritto di respirare e spirare. E ogni tanto si materializza la speranza. Nei sogni. 
E più spesso finisce che è già mattina e il caldo si è tramutato in un fresco bacio che il sole appena sorto, e ancora smunto, dei tuoi di baci, ti lascia sulla pelle di un destino lontano almeno quanto la mia voglia di sbarazzarmene. 
E poi ancora la testa al suo cuscino impegnata a richiamare indietro un passato fatto di sbadigli e bevute. 
Incollato sulla proiezione di un se stesso che non c’è. Non c’è mai stato. 
E continuo a pensarci. E vorrei dire BASTA alla nostalgia, alla sua malinconica passeggiata nell’errante. ANDARE, ANDANTE. A quanto era bello. Al verde dell’erba. All’azzurro di quel cielo smarrito. Alla bambina costretta ad abbandonare il dondolio della sua altalena per qualcosa di insolito e di sicuro, per il richiamo alla libertà. E rivedo il suo passo convinto. Coinvolto. Fino in fondo. Il ferro ancora cigola. E poi la regolarità di quel respiro, l’abbaiare di quel cane, la voglia di piangere e quell’abbraccio. La risposta che ci andava. Ripenso al traffico di quei giorni. Alla voglia di riaverti. Alla consapevolezza di non essere mai stata lontana da uno sguardo. All’ombra dell’inconscio, su di me, e insieme, a quella decisione tra di noi. Non ti avrei perduto mai. 
Ripenso. Penso. Ripenso. 
Al destino di amarti. 
E non è ancora finita. 
Ho sonno forse, ma sto qui, a un passo da questa finestra proiettata sui “ma” e sui “boh” e sui “se”. 
Soprattutto dai vetri distrutti dai perché. 
Come pugnalate. 
Dritte al cuore. Al cuore del sistema. Alla radice del probema: una mancanza di umorismo stupefatta dalla sua aridità, dalla sua sete, dalla libertà, dal tempo. Al porto. 
Dritte al cuore. Quello stesso cuore che ora batte per te. E parte il replay. Con quel bacio: perfetto, imperfetto, inspiegato. 
E adesso abbracciami, anche se sei lontano mille miglia. E buonanotte. 

Nessun commento:

Posta un commento

Lascia un segno: