domenica 29 maggio 2011

Cappotti Stretti

(giovedì, 3 gennaio 2008 alle 16:09)
Istruzioni per abusarne: luce fioca, ma non solo quella del monitor (così giusto per farti ingegnare su come fare), alza il volume e lascia andare. Tutto.
Siamo pronti? 


Pochi banchi al mercato.
Quelle promesse di acquirenti che sono le vecchie si aggirano rispettosamente oggi come in preda a una vertigine. Fa venire sempre le vertigini questo tipo di freddo.

Una faccia ossuta, era solo una faccia ossuta: il corpo del signore dal cappello storto non importava. Era la sua faccia ossuta sotto il cappello storto ad avermi fatto sorridere in quel freddo mattino sotto la neve mentre mi dirigevo alla metropolitana di Torino improvvisamente felice, stranamente sorridente pur stanca. Tengo sempre caldo il mio broncio per almeno tre ore dal risveglio, generalmente. C'erano pochi banchi al mercato.

Adesso era appena scattato mezzogiorno e non era comunque cambiato niente nel paesaggio.
Allora a cosa serve la lancetta dell'orologio? - mi domandavo ora.
Quei pochi banchi al mercato e le vecchie da vertigini nelle loro solite scarpe, troppo fredde, troppo strette.
La faccia ossuta dal cappello storto le avrebbe senz'altro notate non fosse uscito dalla porta di casa con lo sguardo di fretta. Chissà se era ogni mattino così per lui, se se lo teneva caldo per uscirci appresso come un cappotto per riparare la neve. Si ricostruisce lei, nella stoffa, addosso a te come alla faccia ossuta, ritrovandosi unita in un manto, un vanto per lo strato del cielo bianco che ti guarda invidioso. Non è da tutti in effetti riuscire a vestire il cielo impietoso.

La mano nel guanto in quel mezzogiorno appena scattato. Lei ripone il piccolo cellulare nella tasca del cappottino autunnale. Lei vuole sentire il freddo.
Con la cintura allentata si aggira per le strade innevate sentendosi bella.
Lei non è la neve, ma è come la neve: pura nel bianco della sua natura, ma vissuta come se ogni giorno nuova, fosse.

Fosse creava la neve tutt'intorno alle orme delle solite scarpe, strette, vecchie e scivolose. Non c'era che uno strato sottile di ghiaccio dove non ci pensava la neve.
Lei era come lei: subito sporca e intinta di fango quando la prendi tra le mani.

L'indice fuori dal pugno davanti allo sguardo che sapeva di fretta; lo guardava, come folle, ma non si decise a bagnarlo.
Preferivo vivermi l'attesa frenesia dei ricordi che si succedevano intanto come a fare servizio fotografico di quel mattino scattante, di quell'ormai mezzogiorno scattato.
Non ho fotografato niente, non ho neanche bagnato il dito affondandolo nel fango sui lunotti delle auto imbarazzati e timidi davanti a quell'incanto del manto, quel vanto, e il mio guanto. Rimasto cauto, caldo, nel resistere al bianco.

Lei aveva creduto sicuramente pazzo anche lui, faccia ossuta e cappello per storto. Solo un pazzo tiene a quell'ora il cappello per storto (ricordi? ci si riconosce da quello!). Sotto la neve che si accompagna sempre a lieve nelle brutte poesie e invece è vertigine. Anche per le vecchie signore al mercato e per gli occhi frettolosi dei matti. E per me; il lettore mp3 le si era bloccato, lo riconoscevo dalla luce sempre accesa dello schermetto umido.

Quando sono uscita per andare in Comune mi ha atteso la prima sorpresa dell'anno (pensò che l'ultima del precedente era stato quel lettore adesso bloccato, poi si rimise a scrivere): non eri tu, ma la neve. Sempre freddo faceva, sempre di magia si trattava. Ora sono sotto la pioggia di fiocchi che torno a casa. Suppongo di arrivare presto tra le tue braccia, quindi.
Me ne si appoggia qualcuno tra i riccioli come elastici di cotone. Sbuffo apposta per soffiarli via e vedere come volano. Ci sono pochi banchi al mercato, le vecchie han paura di cadere in preda alla vertigine ch'è la neve o forse solo lo strato di ghiaccio sottile che metterò stanotte nel gin puro, per farlo diventare fango nell'animo mentre torna malinconico il giusto; lo sai un po' amaro il gusto. Le sorprese che ricevo ho deciso di scriverle sul diario ogni giorno: ho il basco per storto.
E il panorama imbiancato, come il cielo dipinto da quell'imbianchino ch'è dio. Col cappello di stoffa bianco e dritto, le scarpe fredde, il cappotto stretto.

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