E così tu oggi mi inviti a scriverti... mi dici che te lo sei aspettato per anni.
Perchè non l’ho fatto?
Perchè la vita ti cambia, come cambia la pelle.
Quella che prima ti sembra la strada migliore, poi ti appare come un sentiero che ti porta ad una strada chiusa e percorrerla non ha alcun senso.
Così se quando tuo fratello compiva 18 anni mi ero riproposta di scrivere una lettera ad ognuno dei figli quando avrebbe raggiunto la maggiore età, solo un paio di anni dopo il gesto non mi appariva più come una via praticabile per un dialogo con i figli.
Nel periodo vicino ai tuoi 18 anni ti scrissi e scrissi molto di te, e tu hai anche letto, ma certo erano circostanze e modalità diverse [a 18 anni me ne sono andata di casa, n.d.H]. In ogni momento ho sempre fatto ciò che mi sentivo di fare e i progetti a tavolino nei rapporti interpersonali, come copioni da recitare, non hanno mai fatto parte di me.
Tutto ciò non vuole essere una giustificazione, ma solo una risposta, a te e prima ancora a me, alla domanda: “perchè non l’ho fatto?”.
Tu oggi mi inviti a scriverti... e così provo a tornare indietro nel tempo con la mente, ad un periodo della mia vita che mi sembra ormai lontanissimo, quanto un sogno ti sembra lontano.
Ero nel bagno della casa di Via Massaia, quella casa che tu non hai mai conosciuto ed io non ho mai amato, quando con tuo padre guardammo l’esito del test di gravidanza. Positivo!
Mi disse che la decisione spettava a me, ma che lui avrebbe scelto di portare avanti la gravidanza. Provenivamo da un periodo non facile: la malattia di Sean, le conseguenti discussioni in casa dei miei genitori che portarono poi anche ai primi seri problemi tra noi due e ai primi veri dubbi sul nostro rapporto. Con i tuoi nonni paterni c’era un rapporto molto ipocrita basato sul voluto silenzio di eventi spiacevoli. Aspettavamo da prima di sposarci che si liberasse l’alloggio di Via Fidia e temporaneamente eravamo stazionari in quella casa troppo piccola, con mobili non nostri, in una zona che non conoscevamo e senz’auto. Alternavamo lavori incerti. La malattia di Sean mi aveva creato molti dubbi e terrorizzata: ero forse troppo giovane per mettere al mondo un figlio sano? Poteva un figlio morire così da un giorno all’altro, davanti ai tuoi occhi senza che tu potesti fare nulla per salvarlo, solo dopo pochi mesi che lo avevi generato? Sean in futuro sarebbe stato sano? E quante probabilità c’erano che un nuovo figlio avrebbe avuto gli stessi problemi o comunque corresse pericoli così grandi?
Non avevo alcuna risposta a queste domande, ma unicamente la mia paura di madre troppo giovane. Più volte mi ero ritrovata a pensare che la vita di un figlio era qualcosa di troppo “grande” perchè io alla mia giovane età la sapessi gestire.
Io e tuo padre avevamo prognosticato da prima ancora di sposarci che volevamo due figli: un maschio ed una femmina, ma certo non prevedevo così presto. Tuo fratello aveva solo 9 mesi!
Guardai tuo padre negli occhi, forse chiedendomi se ne saremmo stati in grado. Forse cercando una risposta. “Certo che lo teniamo!” gli dissi. Da quel momento ero diventata anche tua madre. In un solo attimo ogni preoccupazione era svanita e mi sentivo forte, capace di tutto, sensazione che forse solo l’attesa di un figlio può darti. Comunicammo a Sean che avrebbe avuto una sorellina... e chissà lui che poteva mai capire? il tuo nome lo avevamo già scelto dalla nascita di Sean, scegliemmo anche il nome di un bimbo, ma noi sapevamo che saresti stata la nostra bimba.
Lo comunicammo ai nonni e a Sandro e Grazia (gli unici invitati) il giorno del 1° compleanno di Sean. Ci guardarono un po’ stralunati, qualcuno accennò che eravamo ancora giovani, non dovevamo avere fretta. Noi eravamo felici e iniziammo a fare mille progetti.
E così mi ritrovai in una corsia d’ospedale, quella notte non c’era un posto libero in alcuna stanza. Le infermiere non volevano credermi quando dicevo che era arrivato il momento; ma io sapevo che tu stavi per nascere. Tentarono di dissuadermi anche dal chiamare tuo padre in sala parto: “i mariti danno solo problemi. Lo chiamiamo dopo”. Io volevo che tuo padre ci fosse e sapevo che lui era lì sotto che aspettava solo di essere chiamato. Così ho insistito sul mio diritto.
Tu sei nata con la radio accesa, con le luci sparate.
Era nata la nostra “principessa”.
In quella casa in cui io stessa sono cresciuta, cresci tu con tuo fratello. Io non mi allontano mai dal vostro lettino quando dormite, sorveglio il vostro sonno e vi controllo il respiro e il battito del cuore. Controllo ogni tua smorfia nel sonno e dopo mangiato; tutte le paure che non ho avuto al primo figlio, le ho ora: la vita mi ha già insegnato che non sono onnipotente per i miei figli, c’è qualcosa su cui io non posso intervenire, da cui non posso difendervi. A quei tempi pensavo fossero solo eventuali malattie...
Vi parlo, vi parlo in continuazione. Vi racconto i miei giochi, i miei pensieri di quand’ero piccola per queste stanze, i progetti che ho per voi. Vi prometto che vi difenderò sempre, anche dai vostri sbagli, che a voi non capiterà mai nulla, che vi difenderò da ogni dolore, da ogni delusione. Mentre giocate, mangiate e persino mentre dormite, io vi parlo sempre. Sono convinta che in qualche modo voi mi capite e imparate a conoscermi!
Sei bionda, hai i capelli mossi che si muovono al vento, hai una grazia tutta tua e qualsiasi vestito su di te diventa un abito regale.
Cresci con la fretta di crescere... e forse questo lo hai preso da me. Non vuoi essere mai un passo indietro a tuo fratello, non c’è nulla a cui tu accetti di non arrivare perchè più piccola. Ed io ne sono felice, perchè anch’io ero così.
Tu riesci in tutto, tu brilli in tutto. Tenerti a freno è un’impresa. Corri, prima ancora di saper camminare. Tuo fratello ti adora. Sei gelosa, sei gelosa di tutto, hai paura che qualsiasi più piccolo avvenimento possa portarti via qualcosa, possa far girare la luce da un’altra parte. Ma a tuo fratello piace anche la tua gelosia, e poi tu sei “la sua piccolina” e a te tutto è permesso. Quando nasce Nancy tu e Sean vi coalizzate e vi piace fare i vice-genitori.
Cresci, cresci.... quanto crescono in fretta i figli! Troppo in fretta perchè una madre possa rendersene conto. E arrivano i primi amori, le prime ribellioni. Non credere che io non possa capire. Non è passato poi così tanto tempo da quando avevo la tua età. Non credere che io non abbia contestato, non mi sia ribellata, non abbia provato la sensazione che mia madre non capiva cosa c’era in me, cosa amavo. Non credere che non sappia cosa sia la solitudine di parlare un linguaggio che i tuoi genitori non capiscono più. Sono stata anche più precoce di te e ricordo bene.
E così tento di capirti, di starti vicino, di non fare gli errori che ho riscontrato in mia madre. Tento disperatamente di proteggerti dai tuoi sbagli, di pararti i colpi laddove mi rendo conto che tu non puoi vedere il muro. Ve l’ho promesso, ve l’ho promesso da quando eravate in culla. Poco importa se mi odierete, se mi verrete contro. Io lo so che ho rimpianto mille volte che mia madre e mio padre non mi avessero difeso da quanto mi aveva fatto male ed io non sapevo difendermene. Io so che ho odiato (e amato, anche se mi ha fatto male) quel continuo bisogno dei miei genitori di farsi voler bene da me, a qualunque prezzo, anche quello di lasciarmi sola a sbagliare.
E questo forse è stato il mio più grande errore di madre. Le cicatrici che hai sul tuo corpo non saranno sufficienti a proteggere i tuoi figli dai colpi che tu sai gli cadranno in testa. Come madre non devi metterti dalla parte del figlio e far valere la tua maggiore esperienza. Come madre devi stare dalla parte della madre, perchè un figlio ha bisogno di una madre. Una madre che non può capire i suoi amori e i suoi dolori, una madre che stia là al suo posto, senza dubbi e senza compromessi. Perchè i dubbi fanno già parte del figlio. Un figlio ha bisogno di sbattere la testa contro il muro per capire che fa male, e finchè tu glielo racconterai e gli metterai un cuscino fra la sua testa e il muro per salvarlo dai bernoccoli, lui non potrà mai interiorizzare ciò che davvero fa male. I figli non puoi difenderli dai loro sbagli, puoi solo esserci per quando saranno loro a chiederti una mano per disinfettare le ferite.
Facile a dirsi... non a farsi. E’ una questione puramente bestiale. O non ti accorgi che il tuo cucciolo si sta ferendo, oppure non puoi come madre evitare di buttarti in mezzo e proteggerlo. Un figlio cambia, giorno dopo giorno. E’ il mondo a cambiarlo. Intervengono tanti di quei fattori, di quei piccoli particolari a deviare una strada che prima sembrava così certa, così spianata, così sicura. Tu cerchi di tappare i buchi che si sono creati per strada, cerchi di far sì che nulla possa davvero deviare il cammino. Ma sei impotente! Per una madre rendersi conto di non essere onnipotente per i propri figli, per quei piccoli esserini indifesi che lei stessa ha generato, è la cosa più difficile al mondo. Almeno lo è stato per me.
Più cercavo di esserti vicino e più tu mi allontanavi. Più cercavo di capirti e più tu ti sentivi incompresa.
E’ arrivato un momento della mia vita in cui ho capito di aver fallito. Tutto quando avevo perseguito a costo di buttarci la mia vita, non l’avevo raggiunto e avevo ottenuto risultati opposti. E se hai fallito come madre più nulla ha senso. Almeno per me che ho creduto nella famiglia e nell’essere madre da quando giocavo ancora con le bambole.
Il resto lo sai, lo conosci. Tu ne hai la tua visione che non è certo la mia. Ma io non voglio nemmeno più suggerirtela la mia. E’ giusto che tu abbia la tua.
Oggi mi dici che sei felice. Io vorrei dirti che questo mi è sufficiente. Che se tu sei felice io sono felice. Ma questo è vero solo in parte. La vita mi ha insegnato che la felicità è un attimo, la felicità è solo qualcosa che tu vuoi vedere... finchè lo puoi vedere. La felicità è un sogno, ma i sogni spesso si tramutano in incubi.
Ti ho sempre accettato per quello che sei: questo sono convinta di avertelo sempre dimostrato e che tu dovresti riconoscermelo. Accettare quello che sei non vuol dire, però, condividere. Tu mi dici che sei felice di star riuscendo nei tuoi progetti. Io ti dico che non penso che tu ci stia riuscendo, credo solo che tu voglia convincerti che quello che hai è ciò che vuoi. Penso che tu stia limitando le tue aspirazioni e credo che ciò sia un errore spesso irreversibile. Penso che tu stia nascondendoti la realtà e voglia vedere con gli occhiali rosa perchè questo è più semplice. E se invece io mi sbaglio, se tutto questo è veramente ciò che tu vuoi dalla vita, io non lo condivido.
Ciò non toglie che sia giusto che tu segui la tua strada e che io oggi non abbia assolutamente più nessuna intenzione nè di raddrizzare la tua e nemmeno di indicarti la mia. Ciò non toglie che anche tu stessi seguendo una strada che non ti porterà dove tu vorresti davvero arrivare, è giusto che tu sbagli per conto tuo. Oggi so che i figli non si possono difendere, tantomeno da loro stessi. Oggi so che la mia esperienza non servirò mai ad evitare delusioni e dolori ai miei figli e che tu dovrai pagare il prezzo dei tuoi sbagli. Indubbiamente in quanto tua madre mi auguro che tu ne stia facendo il meno possibile. Se c’è una cosa che come madre ho sempre voluto al di sopra di ogni cosa è che ognuno dei miei figli possa stare bene con se stesso, oggi e in futuro.
Tu mi dici che vorresti sentire ciò che rimane della tua famiglia vicino. Io ti dico che oggi non credo più nella famiglia. Ciò che io consideravo “essere una famiglia” è un’utopia, è un miraggio che inseguiamo ma in quanto miraggio non esiste. Ogni altra forma di cosa sia una famiglia, non mi interessa. Credo nei rapporti tra le persone, credo nei rapporti “veri”. Credo in quelle persone che comunque, al di là del proprio egoismo, sanno esserci: ognuno a proprio modo, ma esserci senza aspettare solo e sempre che siano gli altri ad esserci per te. L’amore materno che tu cerchi e la mia capacità di esserci per te, non sono io che posso confermartelo o valutarlo. Tocca a te, toccherà a te tutta la vita cercarlo e valutarlo. E’ così per ognuno di noi.
Non mi interessano torti o ragioni, non mi sono mai interessati ed oggi meno che mai. Io so chi voglio essere e cerco di esserlo. L’ho cercato per tutta la vita, sbagliando, rompendomi le ossa, buttandoci sangue e sudore. Lo cercherò sempre, a qualsiasi prezzo. E sbaglierò ancora, mi farò ancora del male e me ne accorgerò solo in ritardo. L’unica cosa che è sempre stata indispensabile per me è stato il potermi guardare allo specchio e riconoscermi, senza bisogno di maschere, senza bisogno di nascondermi dietro smorfie, senza bisogno di proiettare sul muro luci artificiali perchè mi riflettessero un’immagine innaturale. Quando non mi sono trovata, ho buttato via tutto e ho ricominciato da capo a cercarmi “in quel bosco di ieri, in sentieri tracciati fra stelle e rovi abbracciati a sogni che sembravano veri segnali di giochi antichi e sempre nuovi”. A volte ci si perde volutamente, per il bisogno di potersi ritrovare ancora.
Se c’è un augurio che come madre ti faccio, e mi faccio, è che tu possa sempre nella tua vita guardarti allo specchio senza bisogno di fingere. Che tu possa sempre aver la voglia di inseguire qualcosa, inciampare e rialzarti, curarti le tue ferite con la consapevolezza che tu, e solo tu, potrai sempre modificare alla radice la tua vita, cercando di star sempre bene con te stessa e senza mai nasconderti dietro la facile giustificazione che sia responsabilità di qualcun altro.
La vita è tua ed io non ho alcuna presunzione di saperla vivere meglio. Ho solo la speranza che un giorno lontano, quando magari io sarò talmente lontana da non esserci più, in te rimanga qualcosa di quelli che io reputo i valori per essere donna “in questa e non in un’altra vita”. La mia piccola illusione che ancora oggi vive, come una piccola fiammella che ha resistito agli acquazzoni e tempeste, è che di tutto “quel mio parlare” di quando eravate in culla, rimanga nei miei figli per sempre qualcosa.
Ciao.
febbraio 2007, mamma
Nessun commento:
Posta un commento
Lascia un segno: