lunedì 30 maggio 2011

Nella sedia accanto

(24/2/08 ore 18.57)
Amo che mi parli vicino, soprattutto se piano. 
Amo il piano e quando lo suoni con le tue dita che scompaiono lunghe mentre la zebra avanza nella palude del mio quadro. 

Amo il tuo fiato che mi sfiora ed aumenta anche il mio, su questa sedia, seduta, decifrando la provenienza e rimuovendo la distanza d'un soffio. Mi prendi in testa e mandi nel caos la concentrazione che provo, come trance di un'oppiacea verità sensoriale ch'è niente nel niente di questo centimetro che fa d'attrazione. 

Giocavo a chiederti di pettinarmi i capelli di stoffa, fingendo di non arrivare a gestire la treccia; così tu stavi con le mani in pasta fino ad intrecciare gli ultimi riccioli sulla mia testa, immobile, di bambola e poi era un errore di distrazione per cui ti chiedevo con gli occhi di ricominciare da capo, più intenso e volitivo quell'attimo e quel filo di fiato, fino all'elastico stretto attorno a quella sensazione nella testa che a guardarti non mi hai mai tolto. 
Riuscivi ad eccitarmi più d'un uomo, solo nella sedia accanto. 
H.N.


Walking around - Pablo Neruda

succede che mi stanco di essere uomo. 
succede che entro nelle sartorie e nei cinema 
smorto, impenetrabile, come un cigno di feltro 
che naviga in un'acqua di origine e di cenere. 

l'odore dei parrucchieri mi fa piangere e stridere. 
voglio solo un riposo di ciottoli o di lana, 
non voglio più vedere stabilimenti e giardini, 
mercanzie, occhiali e ascensori. 

succede che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie 
e dei miei capelli e della mia ombra. 
succede che mi stanco di essere uomo. 

dopo tutto sarebbe delizioso 
spaventare un notaio con un gladiolo mozzo 
o dar morte a una monaca con un colpo d'orecchio. 
sarebbe bello 
andare per le vie con un coltello verde 
e gettar grida fino a morir di freddo 

non voglio essere più radice nelle tenebre, 
barcollante, con brividi di sonno, proteso 
all'ingiù, nelle fradicie argille della terra, 
assorbendo e pensando, mangiando tutti i giorni. 

Non voglio per me tante disgrazie. 
Non voglio essere più radice e tomba, 
sotterraneo deserto, stiva di morti, 
intirizzito, morente di pena. 

E per ciò il lunedì brucia come il petrolio 
quando mi vede giungere con viso da recluso 
e urla nel suo scorrere come ruota ferita 
e fa passi di sangue caldo verso la notte. 

E mi spinge in certi angoli, in certe case umide, 
in ospedali dove le ossa escono dalla finestra,, 
in certe calzolerie che puzzano d'aceto, 
in strade spaventose come crepe. 

Vi sono uccelli color zolfo e orribili intestini 
appesi alle porte delle case che odio, 
vi sono dentiere dimenticate in una caffettiera, 
vi sono specchi 
che avrebbero dovuto piangere di vergogna e spavento, 
vi sono ombrelli dappertutto e veleni e ombelichi. 

Io passeggio con calma, con occhi, con scarpe, 
con furia, con oblio, 
passo attraverso uffici e negozi ortopedici 
e cortili con panni tesi a un filo metallico: 
mutande, asciugamani e camicie che piangono 
lente lacrime sporche.

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