lunedì 30 maggio 2011

Lunedì

(venerdì, 22 febbraio 2008 alle 16:04)
http://it.youtube.com/watch?v=_QDMwy9RYLE (Lunedì - Vasco Rossi)
Pochi banchi al mercato.
Era notte, ma ti parlavo come fosse iniziato il mattino davanti all'ennesimo fondo di caffè. Avrebbe dovuto dirmi qualcosa? no..

Il fruttivendolo rompeva il primo cartone e lo lanciava più in là.
I primi banchi al mercato e nessuno alle cinque e dieci a fargli compagnia.
Tu te ne eri andata solo cinque minuti prima e io già costretta a guardare altrove pensando di ritrovarti nei luoghi percorsi insieme mille volte, pensando di tornare indietro. Pensando che riguardare la mia infanzia potesse ridarti un po' di tempo da vivere. Ed eri morta da un attimo.
Cinque minuti veloci, altrochè. Poi i tempi rallentano al pensiero infinito di non vederti un sorriso.

Poche ore di mercato e già c'è un po' più di luce e il tuo sorriso t'è comparso sul viso e mi accorgo che non ti vedevo così serena da una vita.
Pochi sorrisi sui nostri volti, ma il mio m'è tornato ieri davanti alla tua bara di legno in quella Chiesa in cui, ostinata a crederci, ti vedevo raccolta in una preghiera che non riuscivo più a ripetere da dopo quella simpatica Comunione. Un vestitino rosa e lo sguardo di Dio a dirmi che non si può essere distratti. Quante distrazioni in quel dio, quante disattenzioni in quel mondo che amo, quante ipocrisie in quella Chiesa che avevo amato fin lì.
Ti riunivi con i tuoi amici, molti più di quanti ne abbia mai voluti io.
Così diverse... nonna. E ora mi trovo con i movimenti addormentati anch'io. In potenza hai già vinto, fregandomi l'ultimo sguardo mentre ti chiedevo se volevi l'ossigeno e non mi hai concesso più niente. E ho capito senza intuire, che era ora di lasciarti in pace.
Pochi minuti, poche ore da allora, e non avresti osservato più niente.

Il mercato si è popolato di banchi, di passanti e di vecchie signore dalle scarpe strette.
C'è il sole e neanche un fiocco di neve se non intorno alla tua testa, per evitare di fartela perdere.... Come me, che il fiocco devo pensare ad appenderlo al cancello tra qualche mese.
Come se fosse facile.
Come se fosse semplice tornare ad una quotidianità di gesti che non mi appartiene più perchè non ti coinvolge. E mi sento distante anch'io, confusa tra la voglia di fare e la voglia di non confondermi mentre cammino a passi e movimenti addormentati nei pochi metri che mi distanziano dal mercato e da casa e mi portano al parco.

Siamo due, forse tre; c'è una bimba che gioca a rotolarsi per terra e forse ce ne sono altre due che bimbe non possono più dirsi, ma che fanno altrettanto, in posizioni diverse.
Sei già in quel cimitero di disperazione e tranquillità spacciata per discrezione. Tu sei già sotto un paio di metri di vuoto ed io ne ho altrettanti da superare... più grandi di me senz'altro, ma di poco. La morte mi frega di un baffo.
Il gatto non si è discostato mentre sono passata, è rimasto a guardarmi dal marciapiede con un'aria fastidiosa. Volergli bene mi sembrava un regalo immeritato.

Ho comprato il gelato il giorno che te ne sei andata, come volessi farti tornare a dire che sarebbe stata l'unica cosa che ti poteva far piacere in quel momento, come pochi giorni prima.
Fragola, limone e pochi momenti da ricordare, tutti gli altri sono stretti dal vuoto e svuotati di sole.
Poco sole e un freddo cane in questa città sempre troppo grigia per non scriverne.

Ho interrotto la collezione di ninna-nanna e mi sono messa ad ascoltare un cha cha cha. Mi faceva pensare a te più di ogni nenia mielosa che avresti forse apprezzato per la poesia.
Faber ti aveva fabbricato una serie di ricordi e lo considerasti come tuo figlio quando ci lasciò su questo mondo. Avete abbandonato la festa ed io, che delle feste faccio sempre più la regista e sempre meno la commediante, me ne frego di stare in mezzo alle stelle filanti colorate da soffiare, senza i vostri sguardi incrociati per dirci in silenzio "quanto rumore per nulla!".
Tutta in un soffio la vita. Tutta una croce sotto cui riesco solo a sorridere.

Si sono rifatti vivi tutti. Non serviva che sentire te come tale, ma non si può.
Fate e folletti li ho lasciati nel libro di fiabe dalla copertina viola. Ho lo stesso colore addosso e quell'odore di fiori era acerbo come quello di un fruttivendolo che traffica con arance e scatoloni.
Pochi banchi nel mercato ed un silenzio interrotto dalle prima grida: si chiamano. I primi saluti.
E con nonna l'ultimo.

Pochi giorni e poca voglia di vederli vivere.

Pochi chilometri e rieccomi da te, sei in fondo vicina e posso venirti a trovare negli orari che decidono loro, ma entro con la mia musica nelle orecchie e vengo dritta da te. Ho lasciato qualche petalo sciolto, con tutti gli altri fiori ti ho rimesso a posto il tuo posto nella terra.
Ne ho fatto un mazzo per te che ho legato con il mio elastico dei capelli. In cambio di una tua rosa bianca che ho messo nei miei.
Pochi fiori, niente sfarzo che non piace ad entrambe, poche storie per sedermi nel prato finto intorno a te. Appendo la mia giacca alla tua foto e tu sei lì che mi guardi e mi suggerisci come stanno meglio i colori. Tutte le violette viola e fuxia e tutte le mimose e le roselline intorno ad un'unica rosa... che un po' sei tu.
Poche viole messe un po' ovunque intorno alla tua tomba per decorarla e farti più bella. 
Pochi sguardi in quel cielo da cui arriva questa pioggia di sassi che riempie i marciapiedi e il parco. Li voglio tutti a farne un prato di pietre per prenderle a calci. Invece me ne rimane uno solo tra i piedi o forse sono io a trovarmi di sasso. Col gatto che guarda, adesso che è dura credere che sia Behemoth ma è la mia fede.

La testa che sbatto all'indietro sul sedile posteriore di quest'auto... poca acqua abbiamo dato a quei fiori, poco tempo per stare tranquilla vicino a te.
Mi addormento così per pochi minuti... e quando io mi risveglio sei comunque qui.
Nella rosa bianca che scivola dai capelli, nell'acido folico che inizio oggi a prendere come prima terapia per il piccolo.
Nella vita che continua anche quando dici di no.

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