giovedì 26 maggio 2011

In un quasi poi (Jack e La Ragazza del Lago)

(24-6-01 ore 11.09 pm)

...Così riaprì un vecchio quaderno a spirale, accese la sua candela dipinta, spense la luce della stanza con un clack e si infilò le cuffie: il walkman, la Radio cominciava a girare. 
Così cominciò a scrivere. 

“Caro Jack,... 
Sai, fino a poco fa avevo così tanto da dirti, quante pagine avrei potuto riempire! E invece ora? che cosa accade ai miei pensieri, caro Jack? Ho riaperto questo vecchio quaderno a spirale senza sapere poi che scriverti, come riempire le pagine bianche ancora rimaste. Ho acceso la mia candela dipinta, forse più per abitudine che per qualche altra vaga ambizione. Ho spento la luce della stanza, con un clack, pensa, il solito clack, e mi ritrovo così qui a pescare i miei pensieri nell’oscurità e a scriverteli: chissà poi perchè. 
Sai, ho infilato le cuffie persino: il walkman, la radio sta girando. Racconta di mondi tanto lontani in Certi Momenti da me, mondi in cui vivo da anni, Jack.”. 


Così. Così era rimasta sola. E Jack l’aveva mollata lì, al molo. Al molo su un lago in cui, coincidenza!, si erano incrociati quel fine mattino, quel giorno. 
Ma lei lo sapeva in fondo, non era sola, e lui sapeva di non averla mai completamente mollata. 

Beh Jack, sembra un po’ la nostra storia, no? 
Che dici? qualche cosa in comune? coincidenze? 

Sono qui a scriverti Jack, io ho riaperto questo mio vecchio quaderno a spirale, senza contare le pagine rimaste bianche; qui ho acceso la mia solita candela dipinta, come in un quadro mai spoglio del tutto di racconti. Spenta la luce in questa stanza vuota e ora buia, un po’: sì, con un clack. 
Ho infilato le cuffie, così, per sentire storie, per sentire il ronzio della Radio che gira. Ed eccomi qua Jack. 
Pensavo avessi chiuso con i guinzagli Jack! 
Sapevo che non era ancora così. 
Sono sola, ma non lo sono, in questa stanza, lo so. Tu ci sei, in fondo. 




In fondo non piacciono neanche a te questo accavallarsi di situazioni e certo tipo di stupide moine e sei il primo a pensare, in fondo, che ti hanno stufato.
Ti manca il coraggio di pensare che non ne vale la pena. Ti manca quello per pensare a chi sei e a che stai facendo, e Reagire. Ti manca il coraggio di qualcuno vicino a dirti queste cose, così come ti mancheranno la voglia e la forza, forse, di non di dirmi di no.

Non ti piacerà questo racconto Jack, questa volta.
Forse perchè un racconto non lo è più e tu lo sai.
Stiamo uscendo dagli schemi, vero Jack?! Dagli schemi di questi giorni insulsi, lo sai.
Tutto questo un po’ ti fa paura Jack, ma così non reagirai e allora mi spiego...

Dicendoti che ho riaperto questo vecchio quaderno a spirale e non ho contato le pagine bianche... Ti dico che ho acceso questa mia strana candela dipinta e che ho spento la luce in questa mia stanza, fredda, un po’, buia e vuota. Vuota di teatro.
E ci sono solo io. Ci sono io.
Così ho infilato le cuffie e ascolto il walkman, la radio che gira.
Rileggo.

Vorrei fermarmi, ma non lo faccio e ti dico che mi manca. Che mi manca per essere qui a scriverti di altro e a dirti che sono così felice, così contenta, così sempre io. Più tranquilla. Più viva.
Mi manchi tu. Mi manca averti accanto.
Mi manca quel film che non abbiamo ancora mai visto insieme e che ci sta aspettando da troppo. Mi manca quell’LP che vorrei ascoltare con te. Mi mancano quelle Strade Di Francia che aspettano sul Malecon ed il suo lungo lungo mare. Aspettano noi e le nostre nuove “avventure”. Unico viaggio.
Mancano gli schiamazzi e le nostre risa, su quel mare!
Mi mancava oggi pomeriggio guardare un’altra volta il cielo con te accanto, ad accarezzarmi la pelle mentre si confondono con i nostri sguardi le rondini che giocano. All’infinito. E così riascolto la stessa canzone amore mio, Jack, la stessa canzone che con te sarà diversa ancora e mi ritrovo te qui accanto. E tu lo sai.
Forse anche meglio di me.

Rivedo sul fondo del nostro strano lago infinito, anche lui, rivedo alcune nostre storie già vissute, rivedo momenti, rivedo abbracci, rivedo baci lunghi quanto la nostra voglia di stare lì, lontano da tutto sulle rive di un mare in cui insieme stavamo Nuotando già, Nell’Aria, senza manco saperlo forse, senza neanche vederlo, ancora.

Rivedo quel concerto a cui non siamo ancora stati; rivedo le luci, i fari, la musica sparata a palla, come quella in macchina, da Noi, On The Road su una strada a senso unico che è la stessa di quello stesso lungo lungo mare se ci pensi.

Rivedo i passi già fatti e quelli che ancora percorriamo o percorreremo poi, forse. 





Ti chiedo qui scusa. Scusa, per tutte le volte che non ti ho nascosto quanto ti volevo bene e ti ho sbattuto la realtà in faccia. O per quando ti ho fatto male nei giorni in cui ti sono rimasta vicina senza nemmeno sempre dirtelo.
Ti chiedo scusa per le ore spese a guardarci negli occhi e rincorrerci con le dita tra le dita. Dita di un mondo in conflitto. In conflitto con un’altra faccia dello stesso strano, difficile e fottuto mondo. Una faccia che mostrava tutti i passi falsi possibili, che mostrava le difficoltà di un rapporto costruito su basi solide e piene di insidie, di sentieri tortuosi e tormentati da quando incrociati.
In quel lago.

In quel lago ho incrociato un giorno un Jack che non conoscevo ancora così. Che non conoscevo ancora del tutto. Che non conoscerò mai abbastanza, fino al giorno in cui qualcosa di più vivo, reale e meno provvisorio e fragile potrà dividerci. Quando la morte stessa ci mostrerà il suo volto.

E allora non ci sarà forse “Venceremos Adelante”, ma saremo noi a decidere se sarà Victoria o sarà Muerte e senza inni comuni o troppo politici nel loro impegno, parte individuale, ti dico che lo decideremo noi e solo noi, giorno per giorno, fino a quel giorno ed oltre.
E ti dico che non mi va ora di torturarti con stupide fobie dei giorni andati, ma vorrei averti qui per guardarti negli occhi e scoppiare a ridere insieme come quel giorno, quando ancora non eri morto Jack.

Jack mi manchi e qui continuano a farmi condoglianze: stupide moine che mi stufano ogni giorno e a cui non intendo cominciare a credere ora.

Caro Jack, vorrei dirti in questo mio quaderno con sempre meno pagine bianche, col tempo che scorre e la matita che corre, con i pensieri che vanno e la calma al suo posto, tranquillo ora, come forse dovrebbe essere sempre, vorrei dirti Quanto E’ che mi manchi, Quanto ho voglia di abbracciarti e guardare dietro il nostro passato e andare avanti. Quanto ho voglia che tu sia tu.
Quanto aspetto ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, tutti i mesi, ogni anno, i tuoi cenni di vita, di sentire il tuo respiro, di sentirti dire che sei e chi sei. Di leggere la tua chiamata in questa partita non ancora mai finita. E ti guardo sempre mentre dormi e mentre ridi e ti guardo e cerco di disegnare un po’ del tuo e del mio ritratto in questo quadro strano, da dipingere nel tempo.

Nel tempo dei ricordi ritrovo molti momenti belli trascorsi e non passati; nei nostri giochi insieme, ogni giorno, allora soprattutto visto che ora siamo un po’ più distanti di nuovo.
Voglio la tua libertà.

Forse perchè amo la stessa libertà, forse perchè ti amo, forse perchè tu sei la mia...libertà.

Libertà, quante volte ho portato sulle mie pagine questa parola.

Ci credevi anche tu, prima di entrare ad Alcatraz.

Jack, io ti aspetto fuori e non ti aspetto, ti vorrei adesso e ti voglio fuori. Ti vuoi, fuori?
Vuoi uscire e lasciare questo stupido (ti rendi conto?) Limbo Hotel? vuoi gettare un po’ le catene che metti ai tuoi ideali, ai tuoi valori e ascoltare questa canzone? e cantare tu qualcosa. Contare tu qualcosa.
Tu conti. E per qualcuno conti molto, anche. Vuoi sorridere prima di ridere?
Vuoi aprire quegli occhi adesso (sì, vabbeh, quelli che ho sempre amato così tanto, ma... aspetta....) guardarti attorno? e guardarmi, guardarmi negli occhi mentre ti parlo... la senti questa voce? lo senti questo ritmo? tic tac tic tac tic tac
Rileggo.

Tu dimentichi tutto, senza alcun rispetto!
Tu sei diverso.
Così come io sono diversa quando non ti accuso di non esserci e recito le mie parole sottovoce e mentalmente insieme, prima di scrivertele qui, quasi dettandomi.
Dettandomi di non avere regole, di seguire gli istinti, i pensieri non estinti, le sensazioni e le emozioni che vorrei avessi prima di buttarti nel solito concreto e mai meno reale mondo di stupidi proverbi nei quali non credi neanche tu.
Rileggo.

Queste pagine diventano ora forse anche un po’ una ninna nanna. Sembrerà cretino, ma tu ora forse dormi e io, che possa o meno, ti sono vicino. 





Non ho molto sonno, forse perchè ho tante immagini che mi tengono sveglia a raccontarti.
Forse perchè qui arriva man mano quest’Aria che insieme vorrei farti da colonna sonora con queste mie parole e che non so se ti arriverà, ma che sicuramente se vorrai potrai cercare. E molto probabilmente troverai.
Come cera subito fluida dentro: così è stato quando in un periodo ho creduto di non farcela. Non più forse. Forse era così, sì. Cominciavi a convincertene forse? forse anche tu? forse persino tu? così preso prima,... ma ora forse hai un’altra storia o vivi un’altra Storia forse, però non vivi in un altro racconto, è sempre il tuo.
E così mi hai detto, sì, che non mi ami più. Sorrido.
Sì, sorrido. Non eri convinto neanche un po’ e lo sai certo molto meglio tu, no? no, non mi rispondere.
Non importa adesso una risposta, dai. Beh, allora certo, non ho sorriso. Ma in fondo, dentro, un po’ già sapevo com’era andata. Sapevo un po’ perchè. Sapevo che non mi avrebbero risposto una serie di motivazioni e così di fatto è stato, mi pare. E anche se non fosse?...........................

Saresti stato pronto a giurarlo, cera fluida. Oh, scusa, Jack.
Jack, che mi racconti?

Rileggo.

La candela si è spenta, la luce è stata accesa, la radio comincia a rimandare le stesse musiche, io chiudo il quaderno a spirale per riaprirlo: in un quasi poi.
Rileggo.

(25-6-01 ore 1.33 am)

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