(domenica, 30 dicembre 2007 alle 02:10)
http://it.youtube.com/watch?v=zqQTODR3kR8 (Modest mouse - little motel)
Cerco quello che hai da dire ed è incredibile ritrovarti in ogni parola che leggo come in una canzone che conosco a memoria.
Vorrei poter essere gelosa, ma non me lo permetti e sono un’altra vittima. Me ne rendo conto e bevo un altro sorso della moretti che non mi piace.
Poi mi accorgo che ci sei, sei davvero in quelle lettere di ogni donna che ha rubato una cartolina dalla tua stanza, o una scarpa da ginnastica, o un disco. E allora mi dico che non ho sbagliato, che se tutti ti vedono è perché sei proprio tu. E che anche se reciti da dio la parte di te stesso, lo sai anche tu. Credo sia la cosa più difficile e più naturale sapersi recitare. E la natura è la cosa più semplice e assurda che esista. Come gli scherzi del destino che abusando della parola destino ci hanno fatto incontrare.
Scontrare.
Scontare la pena di amarti.
Questo è.
Mentre vivo
Di te
Della consapevolezza di dirti
Ciò che non sai
Che senti banale
Che non capisci, ma accetti
Come il passare di una nuvola
Senza la pioggia. Ma con le forme più strane.
Mi dici che sono unica proprio questa settimana che non riesco a sentire che lo pensi. Lunedì ho deciso di sognarti vicino a me, ma il tuo giro in macchina ti ha portato comunque distante. Martedì sentivo il pelo del gatto solleticarmi la faccia, ma forse eri tu che ti eri fatto crescere i baffi… mi mancavi da ammazzare il doganiere e farsi sbattere dentro una gabbia di vetro per guardarti friggere da fuori per avermi libera come mi hai sempre saputa. Tu.
Mercoledì già lo sapevi che mi ero sciolta in un gintonic di cui non percepisco il retrogusto senza la tua valigia vicino alla mia in un teatro con i teli neri che coprono una schifosissima passerella spazzando la polvere per terra nella piazza asciutta.
Dev’essere stato giovedì che ho capito di averti detto che ti amo solo due giorni prima. Non sapere che eri alla stazione ad aspettare che ti indicassi la via per raggiungermi è stato devastante da digerire più di quel gintonic.
E’ stato solo ad un passo da qui quel venerdì in cui ti ho chiesto di vivermi guardandoti in uno spazio infinitesimale mentre l’infinito ci sfiorava invidioso.
Sabato è passato pensandoti e pensando all’ansia di coglierti nelle tue mille smorfie, mio clown triste che sorridi sempre.
Siamo già a domenica e questa birra non è un gintonic e questo foglio non sei tu. Vola via come le note di questo silenzio che si fa brivido in questa notte che si fa scelta
Necessariamente scelta
Ed è scelta di te.
Ed è voglia di scriverti.
Ed è necessità di quest’attimo di sentirti vivo nel tuo essere clown e nel tuo essere ineffabile come le stelle quando non si lasciano prendere: fammici sentire unica come dici. Perché adesso mi serve, da te. Perché adesso ne ho voglia.
E sono la solita capricciosa e testarda, ma rimango a guardarti anche da lassù, in mezzo a mille luci che si confondono tra i consumi e i costumi di una vita che dirsi teatro sarebbe bbbanale.
Spegnile e andiamo a dormire insieme stanotte, come quell’altra solo un po’ più lontana.
Spegnile tutte insieme a questi alberi distrutti dal peso di montagne di decori che ne infangano la bellezza per darci la parvenza di un colore diverso da quello di Nonna Speranza.
Spegni le luci, spegni i colori, lascia questa lanterna e l’olio farà andare tutto liscio finchè resteremo a parlare dei nostri viaggi sul letto, sul tetto, per mano come ad essere amore.
Cerco quello che hai da dire ed è incredibile ritrovarti in ogni parola che leggo come in una canzone che conosco a memoria.
Vorrei poter essere gelosa, ma non me lo permetti e sono un’altra vittima. Me ne rendo conto e bevo un altro sorso della moretti che non mi piace.
Poi mi accorgo che ci sei, sei davvero in quelle lettere di ogni donna che ha rubato una cartolina dalla tua stanza, o una scarpa da ginnastica, o un disco. E allora mi dico che non ho sbagliato, che se tutti ti vedono è perché sei proprio tu. E che anche se reciti da dio la parte di te stesso, lo sai anche tu. Credo sia la cosa più difficile e più naturale sapersi recitare. E la natura è la cosa più semplice e assurda che esista. Come gli scherzi del destino che abusando della parola destino ci hanno fatto incontrare.
Scontrare.
Scontare la pena di amarti.
Questo è.
Mentre vivo
Di te
Della consapevolezza di dirti
Ciò che non sai
Che senti banale
Che non capisci, ma accetti
Come il passare di una nuvola
Senza la pioggia. Ma con le forme più strane.
Mi dici che sono unica proprio questa settimana che non riesco a sentire che lo pensi. Lunedì ho deciso di sognarti vicino a me, ma il tuo giro in macchina ti ha portato comunque distante. Martedì sentivo il pelo del gatto solleticarmi la faccia, ma forse eri tu che ti eri fatto crescere i baffi… mi mancavi da ammazzare il doganiere e farsi sbattere dentro una gabbia di vetro per guardarti friggere da fuori per avermi libera come mi hai sempre saputa. Tu.
Mercoledì già lo sapevi che mi ero sciolta in un gintonic di cui non percepisco il retrogusto senza la tua valigia vicino alla mia in un teatro con i teli neri che coprono una schifosissima passerella spazzando la polvere per terra nella piazza asciutta.
Dev’essere stato giovedì che ho capito di averti detto che ti amo solo due giorni prima. Non sapere che eri alla stazione ad aspettare che ti indicassi la via per raggiungermi è stato devastante da digerire più di quel gintonic.
E’ stato solo ad un passo da qui quel venerdì in cui ti ho chiesto di vivermi guardandoti in uno spazio infinitesimale mentre l’infinito ci sfiorava invidioso.
Sabato è passato pensandoti e pensando all’ansia di coglierti nelle tue mille smorfie, mio clown triste che sorridi sempre.
Siamo già a domenica e questa birra non è un gintonic e questo foglio non sei tu. Vola via come le note di questo silenzio che si fa brivido in questa notte che si fa scelta
Necessariamente scelta
Ed è scelta di te.
Ed è voglia di scriverti.
Ed è necessità di quest’attimo di sentirti vivo nel tuo essere clown e nel tuo essere ineffabile come le stelle quando non si lasciano prendere: fammici sentire unica come dici. Perché adesso mi serve, da te. Perché adesso ne ho voglia.
E sono la solita capricciosa e testarda, ma rimango a guardarti anche da lassù, in mezzo a mille luci che si confondono tra i consumi e i costumi di una vita che dirsi teatro sarebbe bbbanale.
Spegnile e andiamo a dormire insieme stanotte, come quell’altra solo un po’ più lontana.
Spegnile tutte insieme a questi alberi distrutti dal peso di montagne di decori che ne infangano la bellezza per darci la parvenza di un colore diverso da quello di Nonna Speranza.
Spegni le luci, spegni i colori, lascia questa lanterna e l’olio farà andare tutto liscio finchè resteremo a parlare dei nostri viaggi sul letto, sul tetto, per mano come ad essere amore.
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