(lunedì, 31 dicembre 2007 alle 01:22)
Il tavolo verde era sempre un po' troppo scuro perchè potessero guardarsi negli occhi. Poca luce e tutto quel fumo.
Avevano continuato tutti ad accenderne fino a nascondere nella nebbia il divieto. Come una storia di sesso quando ci si innamora.
Lei non sapeva giocare a biliardo, ma doveva essere bravina nel poker. Per certe cose serve averci la faccia, il tono di voce intrigante e una scatola chiusa dove gettare i ricordi in cambio della risata giusta per bluffare ammiccanti.
Sorrideva, sorrideva sempre.
Non ricordo quando li ho visti la prima volta. Ripensandoci, mi sembra di averli sempre trovati lì come fossero parte di quel luna park artificiale di illuminazioni e flash e rumori.
Solo le palline del biliardo volevo sentire sbattere. Qualche volta mi concentravo e - stonk - riuscivo quasi a sentirle.
Ecco il pianeta rosso col suo numero 3 che rimbalza sul legno.
Stonk - è saturno ad andare in buca.
1 a 0.
Sorrideva.
Quando entravo nel booling dietro casa lasciavo andare avanti sempre lei per questo: sorrideva. Con me giocare sarebbe stato pesante. Sempre come se in ballo ci fosse la vita. A rotolare in quindici sfere... che palle!
Rimanevo al tavolino e guardavo quel sorriso contorcersi addosso ad una stecca da non saper tenere tra le dita. Non è così facile tenere in mano lo strumento per centrare il proprio destino senza fare errori.
C'erano sempre orme nella neve quando arrivavamo con gli stivaletti nuovi sotto casa dei nonni, i vetri delle auto nel parcheggio: ghiacciati. Le mani nei guanti quasi nei vetri. Li bagnavamo per scrivere auguri sul ghiaccio. Allora sì che avevamo capito.
Quando premevo sul campanello correndo al cancelletto per essere prima a cercare il cognome tra le spie luminose, balenava improvvisa la speranza che quell'anno il nonno avesse comprato anche i fuochi artificiali oltrechè le stelline di fuoco.
Ho sempre amato il rischio.
Come a dirsi puliti su quel tavolino dove la cameriera passa lo straccio e penso che forse sono seduta da troppo anche secondo lei.
Sorrideva sempre.
Col basco per storto, con la stecca in squilibrio.
L'unico modo per non vedere il sorriso era cercare ingombrante la pagina di malinconia sul fondo degli occhi. Non sono mai riuscita a levargliela. Neanche nei tornei di poker in cui mi studiava ignorante per capire se era in arrivo un full e sarei scoppiata a piangere.
Quando arrivava il giorno del compleanno era tutta un po' una festa, ce ne si accorge guardando i filmini girati in famiglia. Anche a capodanno ricordo i vestiti nuovi rimasti vergini in attesa di quella prima notte come se cambiasse qualcosa di grande col passaggio di un numero.
La 8 continuava a rotolare, pericolosamente.
E' matematico.
La cena dalle mille portate che la mattina successiva avremmo dovuto dividere tra le famiglie mangiandone tutti nelle proprie dimore nei giorni successivi come se fossimo rimasti insieme intorno a quella tavola dai posti da decidere, come cambiasse qualcosa una conversazione o lo sfiorarsi di mani passandosi il piatto.
Piano. Il tavolo verde doveva essere in piano perfetto. Ogni tanto ridendo lo controllava come a dare responsabilità ad una pendenza colpevole per la capacità di lui di accumulare punti e non altrettanto propria di metterne in sacco.
Quando finiva il cenone a casa dei nonni, iniziava il capodanno davvero. Giocavamo a carte in un gruppo o a tombola con le noci, le mandorle e i pistacchi. Le arachidi valevano meno. Le nocciole, 5. Si attaccava sempre DeFilippo o qualcuno dei mille film di Totò conosciuti a memoria e io sbuffavo. Ma amavo quelle smorfie. E sorridevo curiosa di teatro.
Basta. Voi state aspettando tutti la fine della storia. Cercate di capire dove vado a parare. Volete sapere come va a finire, cosa ho da dare.
Vi vedo, intrepidi, a domandarvi: che fare? ma io quello che ho voglia di dire stasera è sempre lo stesso che ho già scritto in tutte le forme. Mi sono innamorata del giocatore di biliardo, ma lui spara in buca tutto e quando è finita ricomincia da capo. Io rimango a guardarlo al tavolino per ore e questo nuovo numero vorrei iniziarlo con lui.
Dietro le tende c'è solo il davanzale e non è abbastanza caldo come il suo abbraccio.
Dietro la porta nessun buon odore di me bambina che saluto sull'uscio e man mano tra i passi i mille abitanti di quella casa per quella notte.
Dietro lo specchio nessuna cassaforte su cui proteggere i momenti passati insieme.
Dietro di me non il suo corpo con le dita lunghe sugli occhi per dirmi che no, non è passato l'inverno, ma è arrivato il momento d'iniziare a giocare.
Dietro gli occhi le mani nelle mie ed un bacio sul collo: quello è un dì "nuovo" che ha senso per questo anno, per quello che viene.
Dietro di noi solo il suono della musica dalla mia stanza che scema, come me che non so bluffare sapendo che non ci sarai e che questo è un sogno distratto.
Avevano continuato tutti ad accenderne fino a nascondere nella nebbia il divieto. Come una storia di sesso quando ci si innamora.
Lei non sapeva giocare a biliardo, ma doveva essere bravina nel poker. Per certe cose serve averci la faccia, il tono di voce intrigante e una scatola chiusa dove gettare i ricordi in cambio della risata giusta per bluffare ammiccanti.
Sorrideva, sorrideva sempre.
Non ricordo quando li ho visti la prima volta. Ripensandoci, mi sembra di averli sempre trovati lì come fossero parte di quel luna park artificiale di illuminazioni e flash e rumori.
Solo le palline del biliardo volevo sentire sbattere. Qualche volta mi concentravo e - stonk - riuscivo quasi a sentirle.
Ecco il pianeta rosso col suo numero 3 che rimbalza sul legno.
Stonk - è saturno ad andare in buca.
1 a 0.
Sorrideva.
Quando entravo nel booling dietro casa lasciavo andare avanti sempre lei per questo: sorrideva. Con me giocare sarebbe stato pesante. Sempre come se in ballo ci fosse la vita. A rotolare in quindici sfere... che palle!
Rimanevo al tavolino e guardavo quel sorriso contorcersi addosso ad una stecca da non saper tenere tra le dita. Non è così facile tenere in mano lo strumento per centrare il proprio destino senza fare errori.
C'erano sempre orme nella neve quando arrivavamo con gli stivaletti nuovi sotto casa dei nonni, i vetri delle auto nel parcheggio: ghiacciati. Le mani nei guanti quasi nei vetri. Li bagnavamo per scrivere auguri sul ghiaccio. Allora sì che avevamo capito.
Quando premevo sul campanello correndo al cancelletto per essere prima a cercare il cognome tra le spie luminose, balenava improvvisa la speranza che quell'anno il nonno avesse comprato anche i fuochi artificiali oltrechè le stelline di fuoco.
Ho sempre amato il rischio.
Come a dirsi puliti su quel tavolino dove la cameriera passa lo straccio e penso che forse sono seduta da troppo anche secondo lei.
Sorrideva sempre.
Col basco per storto, con la stecca in squilibrio.
L'unico modo per non vedere il sorriso era cercare ingombrante la pagina di malinconia sul fondo degli occhi. Non sono mai riuscita a levargliela. Neanche nei tornei di poker in cui mi studiava ignorante per capire se era in arrivo un full e sarei scoppiata a piangere.
Quando arrivava il giorno del compleanno era tutta un po' una festa, ce ne si accorge guardando i filmini girati in famiglia. Anche a capodanno ricordo i vestiti nuovi rimasti vergini in attesa di quella prima notte come se cambiasse qualcosa di grande col passaggio di un numero.
La 8 continuava a rotolare, pericolosamente.
E' matematico.
La cena dalle mille portate che la mattina successiva avremmo dovuto dividere tra le famiglie mangiandone tutti nelle proprie dimore nei giorni successivi come se fossimo rimasti insieme intorno a quella tavola dai posti da decidere, come cambiasse qualcosa una conversazione o lo sfiorarsi di mani passandosi il piatto.
Piano. Il tavolo verde doveva essere in piano perfetto. Ogni tanto ridendo lo controllava come a dare responsabilità ad una pendenza colpevole per la capacità di lui di accumulare punti e non altrettanto propria di metterne in sacco.
Quando finiva il cenone a casa dei nonni, iniziava il capodanno davvero. Giocavamo a carte in un gruppo o a tombola con le noci, le mandorle e i pistacchi. Le arachidi valevano meno. Le nocciole, 5. Si attaccava sempre DeFilippo o qualcuno dei mille film di Totò conosciuti a memoria e io sbuffavo. Ma amavo quelle smorfie. E sorridevo curiosa di teatro.
Basta. Voi state aspettando tutti la fine della storia. Cercate di capire dove vado a parare. Volete sapere come va a finire, cosa ho da dare.
Vi vedo, intrepidi, a domandarvi: che fare? ma io quello che ho voglia di dire stasera è sempre lo stesso che ho già scritto in tutte le forme. Mi sono innamorata del giocatore di biliardo, ma lui spara in buca tutto e quando è finita ricomincia da capo. Io rimango a guardarlo al tavolino per ore e questo nuovo numero vorrei iniziarlo con lui.
Dietro le tende c'è solo il davanzale e non è abbastanza caldo come il suo abbraccio.
Dietro la porta nessun buon odore di me bambina che saluto sull'uscio e man mano tra i passi i mille abitanti di quella casa per quella notte.
Dietro lo specchio nessuna cassaforte su cui proteggere i momenti passati insieme.
Dietro di me non il suo corpo con le dita lunghe sugli occhi per dirmi che no, non è passato l'inverno, ma è arrivato il momento d'iniziare a giocare.
Dietro gli occhi le mani nelle mie ed un bacio sul collo: quello è un dì "nuovo" che ha senso per questo anno, per quello che viene.
Dietro di noi solo il suono della musica dalla mia stanza che scema, come me che non so bluffare sapendo che non ci sarai e che questo è un sogno distratto.
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