(5/6/01 ore 21.33)
Viene....và....
così come il tempo:
viene.....và....
Spazza le vite
al ritrovo di uno spazio
che non ci appartiene: un corpo
Un corpo al quale poi, col tempo,
ci affezioniamo forse un po'!
Appena prima di lasciarlo.
Vecchi appunti appoggiati qua e là
tra un treno che viene,
e un altro che è qua.
Una fermata aspettando un pollice più vivo,
"come quelli di allora" si diceva lui.
Lui era un padre.
Padre di mille speranze
e duemila convinzioni
In....sicuro su tutto
cercava un suo nesso.
Lui, era un padre perplesso.
E intanto Ulisse continuava...
....continuava per il suo viaggio,
le sue fatiche,
senza una meta che non fosse lo spazio.
Forse cercava poi se stesso.
Ulisse, il treno.
L'aveva chiamato così
per la mania che lo portava a scrivere,
beh, più che un grafomane,
era forse un pazzo.
Un pazzo pezzo di treno:
non si è saputo ancora
se una locomotiva
o un vagone che và per la sua strada.
Vecchi appunti buttati qua e là!
Li avevo scritti per te,
o per un giorno che verrà.
Per un oggi
che non sarà mai poesia,
per un domani che ancora non è mio.
Ieri ho ripreso la tua chitarra impolverata:
volevo controllare che non ci fossero tuoi accordi
là dentro.
Un tempo che scanzonava selvaggio quasi,
o forse solo un po' assopito.
Ti ho raggiunto tempo,
ho capito tutti, quasi, molto presto di te.
Volevo vincere i tuoi ritmi,
con i miei.
Volevo trovare un accordo,
non
firmare un contratto.
Quel giorno è arrivato
e tu ora, se fosti un po' meno bastardo,
verresti da me,
a prendermi.
È arrivato "il mio momento"
e tu ancora non ti fai vedere:
forse sei tu ora ad avere paura.
Delle mie urla. È sempre stato così!
Bastardo!
Bastardo figlio dell'ipocrisia,
in una pagina di teatro che non è più la mia,
quasi.
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