"Disagio, marginalità, vuoto di valori, cinismo, senso di precarietà esistenziale"
Il destino è la strada che ognuno di noi decide di percorrere: una frase che ha sconvolto la vita di diversi di noi e l'ha coinvolta. Ha dato un nome, una direzione, ad un flusso di pensieri che ci giravano in testa da molto, a tante cose in cui credevamo da tempo e che non riuscivamo qualche volta ad incanalare così bene. Come si fa insieme. Confrontandoci, dialogando, parlandoci.
Amiamo il confronto, il dialogo. Crediamo sia un'arma essenziale nei rapporti. E la coerenza. Democratici, questo sì. E democrazia significa metodo democratico e quindi fondato su un valore centrale e rivoluzionario, il valore assoluto della persona, di ogni persona, da cui conseguono valori altrettanto importanti come il rispetto dei diversi e delle minoranze. La tolleranza è il valore per cui si accetta di convivere con chi non è come te e non vive come te...entro certi limiti dettati da un altro valore conseguente: il rispetto reciproco per cui l'esercizio della mia libertà deve fermarsi là dove va a ledere l'esercizio della libertà di qualcun altro.
Hans Kelsen dice: "in un mondo privo di valori assoluti, dove ogni centro è andato perduto, la tolleranza delle opinioni altrui è il luogo residuo, ma unico, dove si può ancora pensare il cammino verso una nuova tavola di valori: l'anima della scienza e la tolleranza". Ma l'anima della scienza è l'uomo, la persona quindi (valore centrale democratico).
Criterio importantissimo è dunque l'attenzione alla persona: criterio-chiave, modalità-chiave.
Con il sostegno reciproco, con l'ascolto, con l'intervento quando c'è qualcosa che non gira, a seconda delle situazioni, con aggregazione, stimolando iniziative che possano far star meglio e che trasmettano creatività e fantasia, divertimento e interesse, coscientizzazione, aprendo la mente sulla realtà che viviamo e cercando di capire cosa ci succede intorno, collaboranzo alle esperienze che possano rendere concreti i valori di partecipazione sociale responsabile e di cittadinanza attiva nei quali crediamo.
Ci descrivono come una generazione passiva e disinteressata: siamo passivi, troppo passivi.
Indifferenti e allo stesso tempo arroganti e indisciplinati, sembra quasi di vederci estranei alla nostra stessa vita e questo riflette anche una disaffezione nei confronti della scuola e della società. Una generazione mutante e assente. Facile a disertare.
Credo però che questi atteggiamenti spesso riscontrati in molti di noi siano un modo di reagire e manifestare il nervosismo e l'incertezza che questa società ci trasmette.
"I ragazzi sono provocatori da sempre" dice Marco Lodoli, professore, "occorre crederci e convinzione", continua.
"Per avere rispetto bisogna dare rispetto" rispondono i ragazzi, supportati anche dall'opinione del maestro di strada Cesare Moreno che conferma questa tesi.
Gli studenti di un liceo romano si sono difesi pubblicamente in una lettera di risposta all'articolo apparso su Repubblica scritto da Mario Pirani, giornalista che solitamente si occupa di economia.
Dicono: "i professori non ci rispettano, anche loro fumano e anche loro hanno il cellulare che "per sbaglio" squilla, e intanto rispondono in classe".
Una società confusa, anche nei ruoli. E allora poi non ci si lamenti se ci sentiamo un po' spaesati, poco coinvolti, vediamo la scuola lontana dalla realtà. Se c'è una disaffezione da parte nostra verso la scuola è forse perchè non sentiamo niente di diverso nei nostri confronti da parte della scuola.
Nostalgici di un qualcosa che non abbiamo avuto, un riferimento forse, una scuola come trasmissione di un messaggio culturale preciso e forte e non destinata a perdere (Benedetto Vertecchi, CEDI e prof. di scienze dell'educazione). Una scuola realizzata con la nostra partecipazione. Una scuola come istituzione pubblica che si dedichi al continuo generazionale della cultura e della crescita dei ragazzi, non un'azienda di cui noi siamo clienti: un teatro, di cui noi siamo attori.
Pochi stimoli forse.
Spesso gli "adulti", in ansia per la responsabilità che gli compete (dicono loro stessi), e che hanno scelto, traducono le loro "paure" in frustrazione, che finisce per scaricarsi sui ragazzi (a volte anche involontariamente magari).
Mario Pirani ci presenta un'immagine della società in cui la partecipazione all'attività politica, giovanile, risulta scarsa:"non come negli anni 70 in cui dominava il ribellismo e i giovani studenti lottavano per i loro diritti, per i loro doveri, e per ciò in cui credevano... ora non credono più a niente: generazione perduta, generazione rassegnata..."
Cari professori, giornalisti, politici, statisti,...: noi i nostri sacrosanti valori di cui la società andava fiera di libertà, giustizia, lealtà, fiducia,... non li abbiamo persi affatto e ne andiamo fieri ancora! La confusione e la disillusione di un'epoca storica e di comportamenti che comunque non si cancelleranno e il tempo hanno giocato il loro ruolo. Le lotte e i cambiamenti di quella nostra storia noi non li abbiamo rinnegati, nonostante le trasformazioni del tempo. Non sono mica andati perduti a causa nostra adesso: l'affermazione di una società iperconsumistica, non è forse la vostra beneamata creatura?! Noi ci troviamo, soli, davanti al frutto della vostra opera, in un sentiero che non ci è stato percorso prima davanti agli occhi, non ci sono orme da ricalcare con le suole delle nostre Nike. Che non sempre, purtroppo o per fortuna, sono Nike. La piega consumistica, l'affermarsi di se stessi, l'appagamento dei bisogni indotti, risalgono agli anni 80.
Ora gli "studenti vitali" degli anni 60/70 sono quegli stessi "adulti, professori, genitori" spaventati dalla responsabilità e in ansia, vittime di questi ragazzi ineducati e perduti... le stesse famiglie, vittime di figli irresponsabili, immaturi, bugiardi, senza fiducia... persi.... quegli stessi frustrati.
Invece i giornali titolano: "i giovani: dall'impegno sociale ad esche del consumismo". I frutti di proposte e progetti degli studenti "disinteressati e bruciati" della scuola di oggi spesso si sono visti. Ma non sempre si volevano o si sono voluti vedere. Occorrono coinvolgimento e responsabilizzazione, di tutti, confronto, dialogo. Penso che la soluzione non sia nella cultura/politica del terrore, ma nell'educare al dialogo e al rispetto degli altri.
Mario Pirani dice cose giuste: "i ragazzi avvertono che alla fine qualunque titolo di studio non è poi spendibile per il lavoro e manifestano la loro rabbia contro la scuola", ma (non fermiamoci), questo perchè? forse perchè i paesi industrializzati stanno perdendo la capacità di interpretare il loro destino e questo si riflette sui giovani?!
Spaventosi fenomeni di teppismo sessuale infantile, vandalismo, volgarità, mancanza di rispetto, disinteresse.... perchè? forse le famiglie, tv, cinema, società massmediatica e insegnanti/scuola stessi rinunciano a contrastarli e anzi, spesso e volentieri li fomentano?! (maestre che fingono di non vedere...chiudere gli occhi non ha mai cambiato niente!)
Disaffezione verso la scuola.... scuola conservatrice e distaccata dalla realtà moderna?!...
Mario Pirani dice cose giuste, vere,... ma forse tralascia qualche dettaglio.
Forse è più comodo, è più facile.... ma "chiudere gli occhi non ha mai cambiato niente".
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