mercoledì 11 maggio 2011

Bentornata! tolgo il cappello

Il cappello non c'è più. 
Me l'ha rubato un gangster figlio di frenesia e padre incerto. 
Lei, la madre, s'appassionava ogni mezz'ora con uno nuovo, perchè di stimoli per vivere se ne trovano di infiniti sia che non ci s'accontenti, sia che lo si faccia senza andare a caccia dei propri affini. Io facevo parte del primo tipo, ma questo lo aggiungo per puro egocentrismo. 
Lui invece c'era chi lo pavoneggiava e chi in suo nome dava sfogo ai propri odi e alle paura ch'aveva paura d'affrontare. 

Un gangster nato bastardo e cresciuto tiranno, pure con me, che comunque faccio tutt'ora parte del primo tipo. E lo ribadisco solo per mero orgoglio, perchè però il cappello non ce l'ho più. 

Ho chiamato Jack per il 4° film della sua carriera da ex bamboccio. Vi posso già dire che non ci sarà lieto fine. Questa volta i pirati si faranno fottere dallo scagnozzo d'un capotreno, ingenuamente, come me con mamma gangster, eh sì. E m'ha fatto male. 

Prestata al mio cappello nuova vita, ho pensato alla mia ed al motivo per cui ero lì sul binario (spericolata!) della ferrovia livornese a mordere l'attesa prima delle tue labbra senza perdere anche il mordente per la vita, oltrechè il cappello... essendo scesa sul binario pensavo insomma a cercare di non farmi anche mettere sotto da un treno! Magari il mio. 

Poi mi hai chiamata tu, proprio mentre come un figlio dato in adozione guardavo il gangster ridanciano andar via col mio nero cappello in testa, sul mio treno che non m'aveva ammazzata. 
Ti dicevo "Sono arrivata" mentre pensavo "chissà quando si sposa!", commossa. Sfidata. E fottuta. 

Mi hai chiamata, mi hai detto che stavi arrivando lì, anche tu. 

Non sapevi ancora nulla, ma comunque ti precipitavi sul luogo del delitto. Come un bravo commissario della scientifica. 

Ma cosa c'è da scientificamente spiegare se siamo innamorati? No, non dico a lei si'or Commissario. Parlo tra me e me. Sono un gangster a cui hanno saccheggiato il cappello. 

Tu che nel nostro rapporto sei lo scienziato, dimmi la formula. Ma tieni lontana l'indifferenza, per Dio, che d'un gangster è pure peggio. 

Sei ricomparso lì come fosse normale, come fosse speciale. 
Ti ho detto "non parliamone". Ne abbiamo parlato andando a casa nella macchina dei dettagli colti in un blog e dei baci corti o profondi. 

Abbiamo varcato la soglia ed è scattata una sirena, come fossimo ladri di quelle emozioni che potremmo tranquillamente evitare, che non riusciremmo facilmente a lasciare. Come il mio cappello, nelle prime ore in cui deve cavarsela da solo. 
O chissà. Forse ha già preso esempio e a quest'ora sta in Via del campo. 

La sirena che canta aprendo la porta di casa tua è quella del mio megafono in verità, mentre potresti urlarmelo che ti sono mancata, ma non lo capirei mai come adesso. E qui. Così, intenta a decifrare il tuo sguardo col mio. E tu a spegnere il megafono. 
Per certi momenti bastiamo noi, sembri dirmi. 

Non ti guardo, appoggio le valigie nella cameretta che ho adottato, improvvisandomi gangster, ma senza cappello. Eppure con un'ostinata uguale sensazione che sia valsa la pena raggiungerti. 
"Che bella", ti lancio. "Che cosa?"- chiedi tu, più ostinato di lei. 
"La camera che adesso è mia" ti rispondo io più ostinata di te. 
Un gangster non è più un gangster senza il suo cappello: non ti dirò così, adesso e qui che parlavo della nostra relazione. Sarebbe banale e lei non lo è. 
Tu nemmeno lo sei se sai come prendermi e adesso intendo anche fisicamente. 



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