mercoledì 1 giugno 2011

AVETE SOLO DA CREDERCI, SCEMI!

(13.28 16/3/08)


Succede così che cambio calligrafia ed uso quella di quando ho voglia di dire. 
 (Fabrizio De Andrè - Hotel Supramonte)L'uomo era senza occhiali e girava per il corridoio dell'ospedale e poi dentro e fuori la sua stanza nella vestaglia rossa appoggiata alle spalle. 
Poi una volta entrato non s'è più visto. Mi sono affacciata io all'uscio della camera fingendo di cercare qualcun altro tra i quattro letti di cui tre occupati da facce estranee con colletti di pigiami colorati e lenzuoli bianchi tutti uguali e coperte scure. L'ultimo letto vuoto e il suo proprietario davanti al piccolo specchio sopra l'unico lavandino della 6x5mt con un rasoio elettrico in mano intento a farsi la barba cercando di non far cadere a terra con i movimenti delle bracciala sua vestaglia rossa appoggiata alle spalle. 
L'ho osservato dalle ciabatte marroni alla barba incolta per metà. L'altra metà nel lavandino. 
Dalla mia fantasia lui era già battezzato latitante, senza aver commesso alcun reato per la mia conoscenza. 

Quando sono uscita il cielo piangeva come fosse riuscito a liberarsi di una tensione al posto mio. Ed io sorridevo come faccio sempre da quando ho ripreso ad amare la pioggia. Per un periodo ne sono stata insofferente come a quella tensione che non si riesce a sfogare, ma che ti si vede luccicare barcamenandosi come barlume di allarme sul fondo degli occhi che non tradiscono che emozioni. Ma quale tensione? Cosa c'è, bambina? 
Il mio professore questa sera avrebbe dovuto chiedermelo mille volte e non sarebbero bastati ne Nietzsche, nè Sartre, a spiegargli il mio volto. 
Posso dire con fierezza che mi conosco abbastanza bene da amare ogni profondità dei miei difetti eppure nei miei illogici dubbi resto attaccata ai miei interrogativi come il gatto al gomitolo appena scoperto. 
Mi sono detta tante di quelle volte di prendere un panno dal cassetto e cancellare le gocce, ma poi in questi casi rimango sempre attonita ad innamorarmi dei loro contorni e del movimento impercettibile e scostante sul vetro. Come me. 
Ma cosa sfoga quella pioggia per te, bambina? 
Un "non so" che pesa come la giacca del vecchio latitante sulle spalle, come un'impressione. 

Quando una luce mi ha svegliato gli occhi, li ho aperti già sapendo sconsolata che avrei visto l'ultimo incrocio a cui imboccare la strada che porta al paese. Quasi arrivati. Addormentarmi nell'auto che và, con la mia musica nelle orecchie, mentre fuori è buio e piove, è una di quelle situazioni che paragono abbastanza facilmente al sesso. 

E' cambiata di nuovo smorfia al cielo: lui è un clown altro che me e se prima s'è sfogato d'una tensione velata, adesso il finestrino è già asciugato con l'aria rimasta umida delle sue lacrime come una faccia senza condizioni scritte in fronte e se non ci fosse stato questo profumo inconfondibile, l'asfalto bagnato e l'umidità fredda nell'atmosfera ventosa, non ci sarebbero segnali per dire che c'è stata pioggia. 

Sbatto un po' la portiera; sono scesa come una diva a fine concerto. 
Prendo tracolla e zaino in spalla con tutto il mio mondo per il weekend e mi assaporo tutta questa pioggia sfogata e finita. Per un attimo so che sfuggo a qualsiasi tensione eccetto quella permanente nella voglia di tornare solo un po' più in là dove, sono sicura, sta continuando a piovere. 

Entro in camera che ho già la mano sul clac della lampada poggiata sulla mia scrivania. Passa subito dopo mia sorella che come al solito accende ugualmente il lampadario blu a forma di cappello. 
Riservo posizione strategica ai miei bagagli che forse mi porto dietro anche perchè mi diano senso di viaggio. 
Sbuffo riscontrando impossibile non rifarmi il letto ancora per stanotte. 

Usb, cellulare e peluche al solito posto. Scelgo il cuscino col tramonto rosa. Vado in cucina a recuperare dal frigorifero la mia tonica da portarmi in stanza. Evito di pensare al gin mancato come nel pomeriggio quando l'ho bevuta al bar all'ora di un aperitivo mal riuscito e divertente in cui ho fugato l'ennesimo approccio di un amico che per me rimane tale. 
Evito di tergiversare con le isterie fastidiose di mia madre quand'è stanca. Resto con Faber che non mi piagnucola mai nelle orecchie e vado ad aprire a Libero, cane bianco di casa, che Faber non può che ricordarmelo già dal nome che non pronuncio: lui è già lì dietro la porta di legno che dà sulla terrazza, come sempre quando ci sente arrivare. Due carezze mentre mi precede e recupera, in feste verso la cucina. Gli dò la medicina, altre due carezze prima di filare in camera mia. 
Lei già dorme. 

Lui chissà. 
Evito di mandargli l'ennesima buonanotte che darà fuga alla sua risposta; non evito di pensarci. E lì è dura non dirti tutto quel che ti ho già detto, per l'ennesima volta, fugando gli indizi di un'indifferenza diffusa. 



Mi alzo tardi e aprendo gli occhi se ne va scombussolato il pensiero del padre di mio figlio. Pratica comune pasticciarmi gli occhi nel riagganciarmi al broncio di aprirli e da lì capisco di nuovo la mia presunzione: d'innocenza, prima di tutto, nel ricondurmi a bambina come mi nomini.
Ogni pugnetto su un occhio mi dà un nuovo flash di te che magari farai lo stesso gesto. Già mi arrampico all'insolente riconoscere di somiglianze. Mai. Sarai tu a dirmele se mai lo vorrai, ne riscontrerai. 

E' un attimo che sto già pensando anche a te, non ti credere. Non ne sono sfuggita neanche in questa domenica di sole e uccellini che metterebbero pace e auto che passano. E' guardando dalla mia finestra che ho capito anni fa che avevo ragione quando sentivo l'urgenza di scindere tra vita e Vita. 
Mi dirai che non scrivo mai del mio scrivere, ma questa non può essere una lettera con più destinatari perchè l'unica volta che ne ho inviata una, non mi è piaciuta. 

Sette pagine da sfogliare; è una delle prime volte che ho centrato l'obiettivo: la voglia di stracciarle. 
Lasciarle appallottolate nel cestino della carta che qui da me contiene di tutto. Però so già che prenderebbero vita ugualmente e diverrebbero presto pretesto per giocare a rincorrerci riportandoti qua, o quelle gocce di pioggia che non si sanno altrettanto sfogare. 
Faccio nascere fantasie che trasformo con me in reali. Ambizioni d'esistenza o forse, chissà, solo una forma come un'altra di follia. Che infine non è che la stessa consapevolezza. 
La presunzione ha trasformato broncio in dolcezza e i miei "io credo" in "io so". Non erano che uguaglianze anche queste, io credo. 

La presunzione fa cose abbastanza semplici. Quel che è difficile è vederti nel Centro Congressi dell'Hotel Glis a mezzogiorno e un quarto, che mi stringi la mano.

Nessun commento:

Posta un commento

Lascia un segno: