(1.56am 17-11-03)
Ciechi al nuovo sorriso,
mille anime racchiuse nel segreto del mondo,
i due occhi di quando avevi otto anni.
Nastri. Quelli con cui da piccola giocavi
a pettinare la bambola;
quelli di quelle cassette che ricordo bene.
Nastri per unire a te la fantasia
di quel piccolo sole selvaggio,
questa parola sempre troppo selvatica
per essere addomesticata troppo facilmente.
La locanda di quella sera,
l'ho vista chiusa passando in macchina.
Riaprirà domani?
Ti accoglierà di nuovo
per insegnarmi la ricetta del tormento
e poi ricorderò come uscirne
come per un tunnel troppo lungo
e troppo buio: nastri che ti legano
vietandoti il "Volo".
Ma io ti chiamo per nome,
non permetterti di scappare.
Mi hai presa per mano
e brillavamo e cantavamo
sotto la pioggia dietro il nostro divano.
E poi in quella chiesa
abbiamo fatto l'amore
e ringraziando dio senz'offesa
con un "parto" ho riacceso il motore.
Nessuna fuga, nessuna sragionatezza,
hai ripreso la strada di casa, era ora,
e abbiamo viaggiato insieme, sempre
verso strade mezze sconosciute.
Diretti all'areoporto.
Atterravano.
Erano lenti, metodici, cumuli di nostalgia
e mi raggiungevano ogni volta
che avevo paura.
C'è un fiore in quell'erba, guarda!
Era il nostro ulivo.
Che ci facevamo lì
abbracciati in quel modo?
L'ho pensato spesso:
"che ci facevamo se siamo
persone qualsiasi?"
che ci facevamo in quei momenti io e te?
Eppure ci sto bene con te.
E' vero
che in alcuni casi
non ci si è abituati a sentire
che si vuole bene e basta.
E poi ho paura
di rovinare tutta la magia;
paura di non capirti;
paura di prendermela troppo
per cose che per te non hanno peso;
e ho paura di non figurare nei tuoi ritratti
o che tu abbia sbagliato colori per riempirmi.
Piano piano continuiamo
discretamente a riparare semi nella terra
e ogni tanto immagino ancora
che queste siano le basi
per la nostra casa sull'albero
in questa grande precaria giungla di sughero.
Dobbiamo dare un nome al fine che ci tiene legati.
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