(mercoledì, 27 agosto 2008 alle 16:40)
(Luciano Ligabue - Kay è stata qui)
Ok, sono i documenti: mi hai rubato quelli.
E così ho dovuto cambiare identità e faccia ai tuoi occhi, ma sono rimasta la stessa bambina spericolata inerpicata su una montagna a cantare "tu che prima o poi cadrai".
Non volevo spiegarmi perchè non sapevo che dire per farmi capire e stavolta non sarebbe stato facile comprendere neanche per me. E’ stato tutto così assurdamente vero che non riuscivo ad assimilare il senso del giusto insieme a quello dell'aver fatto del male. Me ne sono fatta da sola per via di quell'altrettanto assurdo modo di fare che ho per cui sfido il mondo anzichè scendervi. Non ho motivi per ripeterlo nè per nascondermelo.
E correvamo veloci sull'autostrada impazzita, ma sono rimasta in sintonia tutto il tempo con il ritmo della tua musica: questo non puoi dimenticarlo.
L'alba è arrivata che sembrava sera perchè noi vagavamo come ubriachi sulle colline mentre ce ne godevamo il ritratto sorseggiando martini. L'alba è arrivata che non potevamo non accorgercene nella tua auto angosciata dai km commissionatile a casaccio. E' andata via la notte, ma il tempo non è tornato indietro. I nostri sguardi s'incrociavano davvero per la prima volta e non potevamo far finta che fosse altrimenti.
L'alba del sud Italia è sempre più bella quando la guardi in macchina mentre stai dirigendoti chissà dove.
Abbiamo finito di smontare il palco mentre non badavi più al contesto: sembravi essere finalmente entrato nella parte come un bravo attore che non riconosci più che sta recitando. Abbiamo passato qualche giorno così insieme, smontando le scenografie di un mondo disonesto che ci circonda di manichini mal disposti e di cui non volevamo sentirci vittime anche noi. Almeno io. Abbiamo girato per le strade di un paese piccolo come un sasso dentro al lago e abbiamo distrutto anche il tendone riscoprendoci quasi uguali con il solito martini tra le mani.
Il cielo si schiariva così uguale ogni sera che pareva una commedia dai cartelloni da strappare. Cambiavano i colori della scena, cambiava sipario e cambiavamo noi carriera.
Con la terra mi sono sporcata vestiti e polmoni, ma prima le dita. Non mi sarei mai annoiata in mezzo all'orto di tuo nonno... tutte quelle foglie da staccare da tanti di quei colori dellla mia lunga gonna che non avrei potuto. Non ti annoiavi mai dentro le curve del tuo sangue in fibrillazione ogni volta che sali in macchina e accendi la radio e le vene insieme.
Avresti dovuto raccontarmi tu di quella piazza che non era una piazza, ma che l'abbiamo trasformata in tale. Avrei voluto mi dicessi di tutte le volte che ti sei appoggiato alla pietra che ti ho sequestrato facendone una proprietà dei miei ricordi e dei miei affetti. Hai sciupato il tempo fino adesso e non me l'hai mai detto. Le ore che abbiamo passato lì sono volate insieme all'aria dei palloncini colorati che si sgonfiavano piano piano senza che capissimo come. Ti suonavano tutti il clacson e vi salutavate con un gesto pronunciato dalla mano, sembravi conoscere ogni poltrona del tuo pubblico.
Abbiamo fatto l'amore fin dal primo istante: pare banale, ma c'era la luna.
Il sesso che mischia le ossa e i profumi e le carte da gioco è stato poco più tardi, su quel letto pieno di cuscini da tirarci addosso che non finivano mai come la nostra voglia di ridere e rimanere lì, immobili, a farci colpire da quelle morbide sassate che ci infieriva la vita. Tu mi hai detto "vieni qui" con un tono addormentato ed io ho continuato a saltellare scalza tra le nuvole e ti ho raggiunto nell'abbraccio che mi aspettava sul tuo petto.
Ok, sono i documenti: mi hai rubato quelli.
E così ho dovuto cambiare identità e faccia ai tuoi occhi, ma sono rimasta la stessa bambina spericolata inerpicata su una montagna a cantare "tu che prima o poi cadrai".
Non volevo spiegarmi perchè non sapevo che dire per farmi capire e stavolta non sarebbe stato facile comprendere neanche per me. E’ stato tutto così assurdamente vero che non riuscivo ad assimilare il senso del giusto insieme a quello dell'aver fatto del male. Me ne sono fatta da sola per via di quell'altrettanto assurdo modo di fare che ho per cui sfido il mondo anzichè scendervi. Non ho motivi per ripeterlo nè per nascondermelo.
E correvamo veloci sull'autostrada impazzita, ma sono rimasta in sintonia tutto il tempo con il ritmo della tua musica: questo non puoi dimenticarlo.
L'alba è arrivata che sembrava sera perchè noi vagavamo come ubriachi sulle colline mentre ce ne godevamo il ritratto sorseggiando martini. L'alba è arrivata che non potevamo non accorgercene nella tua auto angosciata dai km commissionatile a casaccio. E' andata via la notte, ma il tempo non è tornato indietro. I nostri sguardi s'incrociavano davvero per la prima volta e non potevamo far finta che fosse altrimenti.
L'alba del sud Italia è sempre più bella quando la guardi in macchina mentre stai dirigendoti chissà dove.
Abbiamo finito di smontare il palco mentre non badavi più al contesto: sembravi essere finalmente entrato nella parte come un bravo attore che non riconosci più che sta recitando. Abbiamo passato qualche giorno così insieme, smontando le scenografie di un mondo disonesto che ci circonda di manichini mal disposti e di cui non volevamo sentirci vittime anche noi. Almeno io. Abbiamo girato per le strade di un paese piccolo come un sasso dentro al lago e abbiamo distrutto anche il tendone riscoprendoci quasi uguali con il solito martini tra le mani.
Il cielo si schiariva così uguale ogni sera che pareva una commedia dai cartelloni da strappare. Cambiavano i colori della scena, cambiava sipario e cambiavamo noi carriera.
Con la terra mi sono sporcata vestiti e polmoni, ma prima le dita. Non mi sarei mai annoiata in mezzo all'orto di tuo nonno... tutte quelle foglie da staccare da tanti di quei colori dellla mia lunga gonna che non avrei potuto. Non ti annoiavi mai dentro le curve del tuo sangue in fibrillazione ogni volta che sali in macchina e accendi la radio e le vene insieme.
Avresti dovuto raccontarmi tu di quella piazza che non era una piazza, ma che l'abbiamo trasformata in tale. Avrei voluto mi dicessi di tutte le volte che ti sei appoggiato alla pietra che ti ho sequestrato facendone una proprietà dei miei ricordi e dei miei affetti. Hai sciupato il tempo fino adesso e non me l'hai mai detto. Le ore che abbiamo passato lì sono volate insieme all'aria dei palloncini colorati che si sgonfiavano piano piano senza che capissimo come. Ti suonavano tutti il clacson e vi salutavate con un gesto pronunciato dalla mano, sembravi conoscere ogni poltrona del tuo pubblico.
Abbiamo fatto l'amore fin dal primo istante: pare banale, ma c'era la luna.
Il sesso che mischia le ossa e i profumi e le carte da gioco è stato poco più tardi, su quel letto pieno di cuscini da tirarci addosso che non finivano mai come la nostra voglia di ridere e rimanere lì, immobili, a farci colpire da quelle morbide sassate che ci infieriva la vita. Tu mi hai detto "vieni qui" con un tono addormentato ed io ho continuato a saltellare scalza tra le nuvole e ti ho raggiunto nell'abbraccio che mi aspettava sul tuo petto.
(Luciano Ligabue - Marlon Brando è sempre lui)
Non sapevi perchè eri venuto a prendermi quando mi hai vista in stazione arrivare con la mia musica nelle orecchie. Hai pensato solo ad esserci e a replicare alla sfida con la tua radio vestita da sera. E' stata tutta una provocazione.
Sei stato tutto incerto per almeno tre lunghi secondi.
Nel primo si sono stretti gli sguardi, in un altro ti ho rubato il gusto sconosciuto di un chupa chups colorato e nell'ultimo sono state le voci a dirsi qualcosa di stupido e perfetto.
Ci siamo scelti tutto....come a fare shopping tra pezzetti di puzzle appoggiati a casaccio nella scatola dei propri io.
Abbiamo riso ad ogni incastro.
Abbiamo dato un sorriso ad ogni canzone interrotta.
Abbiamo interrotto ogni sorriso ogni volta che la notte entrava dal finestrino invadente.
Abbiamo invaso le strade di quelle risate e di quegli incastri di note.
Subito la colonna sonora pensavi di sceglierla tu. Ti ho dato ragione cambiando il cd.
E' stato lì che hai iniziato a cantare strofe di mercanti di liquore proprio sul pentagramma dei miei lamenti capricciosi mentre rovistavo tra titoli e custodie.
I puzzle si fanno sempre cercandosi. I puzzle si compongono quasi sempre provando... si guardano le immagini e poi si tenta per gioco, ci si intenta per caso.
Adesso drinko stappando bottigliette di succo d'arancia o di pesca e non è cambiato poi niente.
Ti sei sbagliato credendo che fosse sensuale girarle e stringerle, l'hai detto così per arrancare qualcosa di azzardato, ma non hai capito ciò che io oggi so. Ch’è davvero trovarsi dentro un sacchetto di nylon ciò che c'è di sensuale: chiodi e viti per le nostre croci di legno da montare e poi avremo costruito qualcosa. Già. Quanti errori in quelle travi da ruotare, quante briciole di sabbia e pane nei nostri occhi stretti intorno al sole. Te l'ho detto tante volte.
Ti ho amato lì. In quella piazza sconosciuta che non era piazza, all'ora di una sera mai vissuta così appassionatamente con qualcun altro. Ti ho amato mentre ci si incrociavano gli sguardi e pensavo fosse per caso. Ti seguivo invece con lo sguardo perchè mi incuriosiva capirti e sapere dove andavi e vedere che facevi e scoprire dove guardavi. Seguivo allora i tuoi occhi ed è così che li ho ritrovati dentro ai miei. A letto non ci siamo guardati credo quasi mai. Abbiamo preferito altri intrecci: che fossero mani o braccia o capelli. Non ci ha aiutato, ma siamo caduti insieme, per me è certo.
Ho capito che qualcosa non andava solo quando mi hai preferito un dialogo smorto. Tanta passione buttata altrove, altrettanti sguardi ancora mal riposti, abituati... che dire? ci sono passata anch'io e non ce ne si rende mai conto veramente in tempo. Mi rimaneva l'aria nei palloncini da risucchiare guardando che non mi guardavi più ed i colori con cui giocare con il tuo nipotino che invece mi stava vicino. Il fil di ferro non sarebbe bastato a pungolarti e le rose del tuo giardino mi avevano già punto per poter restare indifferente o ridestarmi. I bambini avevano vestiti colorati e chiedevano i palloncini e guardavano il cartellone in cui prendeva forma lo stemma della tua squadra alla faccia di tuo fratello che lo avrebbe voluto diverso.
Poi ti è venuta fame. Come fosse la mia voglia di non partire. Anch'io avrei preferito rispondere ai tuoi appetiti. C'era un profumo nell'aria che non era di pizza soltanto, c'era una birra in quel locale che ci era stata offerta per me. L'avrei dovuta sorseggiare continuando a parlare: che fossero saluti e inviti per un anno a venire o che fossero parole con te.
Non sapevi perchè eri venuto a prendermi quando mi hai vista in stazione arrivare con la mia musica nelle orecchie. Hai pensato solo ad esserci e a replicare alla sfida con la tua radio vestita da sera. E' stata tutta una provocazione.
Sei stato tutto incerto per almeno tre lunghi secondi.
Nel primo si sono stretti gli sguardi, in un altro ti ho rubato il gusto sconosciuto di un chupa chups colorato e nell'ultimo sono state le voci a dirsi qualcosa di stupido e perfetto.
Ci siamo scelti tutto....come a fare shopping tra pezzetti di puzzle appoggiati a casaccio nella scatola dei propri io.
Abbiamo riso ad ogni incastro.
Abbiamo dato un sorriso ad ogni canzone interrotta.
Abbiamo interrotto ogni sorriso ogni volta che la notte entrava dal finestrino invadente.
Abbiamo invaso le strade di quelle risate e di quegli incastri di note.
Subito la colonna sonora pensavi di sceglierla tu. Ti ho dato ragione cambiando il cd.
E' stato lì che hai iniziato a cantare strofe di mercanti di liquore proprio sul pentagramma dei miei lamenti capricciosi mentre rovistavo tra titoli e custodie.
I puzzle si fanno sempre cercandosi. I puzzle si compongono quasi sempre provando... si guardano le immagini e poi si tenta per gioco, ci si intenta per caso.
Adesso drinko stappando bottigliette di succo d'arancia o di pesca e non è cambiato poi niente.
Ti sei sbagliato credendo che fosse sensuale girarle e stringerle, l'hai detto così per arrancare qualcosa di azzardato, ma non hai capito ciò che io oggi so. Ch’è davvero trovarsi dentro un sacchetto di nylon ciò che c'è di sensuale: chiodi e viti per le nostre croci di legno da montare e poi avremo costruito qualcosa. Già. Quanti errori in quelle travi da ruotare, quante briciole di sabbia e pane nei nostri occhi stretti intorno al sole. Te l'ho detto tante volte.
Ti ho amato lì. In quella piazza sconosciuta che non era piazza, all'ora di una sera mai vissuta così appassionatamente con qualcun altro. Ti ho amato mentre ci si incrociavano gli sguardi e pensavo fosse per caso. Ti seguivo invece con lo sguardo perchè mi incuriosiva capirti e sapere dove andavi e vedere che facevi e scoprire dove guardavi. Seguivo allora i tuoi occhi ed è così che li ho ritrovati dentro ai miei. A letto non ci siamo guardati credo quasi mai. Abbiamo preferito altri intrecci: che fossero mani o braccia o capelli. Non ci ha aiutato, ma siamo caduti insieme, per me è certo.
Ho capito che qualcosa non andava solo quando mi hai preferito un dialogo smorto. Tanta passione buttata altrove, altrettanti sguardi ancora mal riposti, abituati... che dire? ci sono passata anch'io e non ce ne si rende mai conto veramente in tempo. Mi rimaneva l'aria nei palloncini da risucchiare guardando che non mi guardavi più ed i colori con cui giocare con il tuo nipotino che invece mi stava vicino. Il fil di ferro non sarebbe bastato a pungolarti e le rose del tuo giardino mi avevano già punto per poter restare indifferente o ridestarmi. I bambini avevano vestiti colorati e chiedevano i palloncini e guardavano il cartellone in cui prendeva forma lo stemma della tua squadra alla faccia di tuo fratello che lo avrebbe voluto diverso.
Poi ti è venuta fame. Come fosse la mia voglia di non partire. Anch'io avrei preferito rispondere ai tuoi appetiti. C'era un profumo nell'aria che non era di pizza soltanto, c'era una birra in quel locale che ci era stata offerta per me. L'avrei dovuta sorseggiare continuando a parlare: che fossero saluti e inviti per un anno a venire o che fossero parole con te.
(Luciano Ligabue - Non è tempo per noi)
Ricordo un risveglio che ho già raccontato, quello di un sapore ritrovato, come fosse messo lì apposta per farmi capire che non è tutto unico quello che sembra bello. Poi ne ricordo un altro che ho raccontato solo in qualcuno dei miei successivi incontri ai miei passeggeri del volo che non sono stati distratti. Si trattava di una stupida metafora di ciò che accadeva in una vita vissuta di punta. Quando cerco di spiegarla spiego di quei quattro angoli della tua stanza e dei "bang" che ti facevo per dirti di quando sbatti nel perseguire la retta via.
Credo riconquisterò le mura della mia stanza assorbendole di ricordi e di attimi e di parole e di biglietti di autobus presi e persi, come hai fatto tu con la tua. Credo che pianterò quel chiodo, che sia sensuale o meno ci infilerò una fotografia per ogni mese come a ripercorrere quel calendario che ho attaccato al muro mentre eravamo sdraiati sul tuo letto.
Non comprerò però mai il libro che hai tenuto sul comodino quella mattina.
Ho tante di quelle pagine da leggere o che amerei ripassare, da non annoiarmi con inutili ripensamenti.
In un momento solo non hai voluto che mi ubriacassi: quando c’era in gioco la mia salute e lì ho percepito ancora una volta qualcosa che mi porta a fare fatica nel considerarti un personaggio di quei racconti che pur amo scrivere e trovare.
Ognuno un linguaggio, ognuno un coraggio.
Appena prima di assaporare l’aria dell’alba nel tuo giardino di casa, abbiamo fatto clac. Abbiamo smontato come in un rito la possibilità di qualsiasi disturbo di ciò che non centrava, abbiamo staccato la spina ai rumori ed alle comunicazioni e dato corrente ai caricabatteria dei cellulari. La carica m’è servita quando sei diventato uno dei miei jack di fiori nella nostra partita azzardata.
Spiff non graffiava il divano e non si rotolava più di tanto. Spiff mandava baci con gli occhi quel pomeriggio e controllava che nessuno lo prendesse per il copridivano in cui ama raccogliersi e credersi un camaleonte.
Spiff si inventava personaggi per sè come fosse Behemoth. Come fossimo noi. Cambiava espressioni come fosse un clown.
Spiff ed io ci siamo trovati subito.... com’è banale da dire.
Spiff però ha acceso meno sigarette e ha dormito più di noi.
Le uniche parole che ci siamo detti all’andata e al ritorno di quel viaggio ai 415 km orari sono state uniche. E poche. E solo accompagnate dal gusto assorto del solito martini risorto trentatrè volte e trasformato in campari e in gin.
Ricordo un risveglio che ho già raccontato, quello di un sapore ritrovato, come fosse messo lì apposta per farmi capire che non è tutto unico quello che sembra bello. Poi ne ricordo un altro che ho raccontato solo in qualcuno dei miei successivi incontri ai miei passeggeri del volo che non sono stati distratti. Si trattava di una stupida metafora di ciò che accadeva in una vita vissuta di punta. Quando cerco di spiegarla spiego di quei quattro angoli della tua stanza e dei "bang" che ti facevo per dirti di quando sbatti nel perseguire la retta via.
Credo riconquisterò le mura della mia stanza assorbendole di ricordi e di attimi e di parole e di biglietti di autobus presi e persi, come hai fatto tu con la tua. Credo che pianterò quel chiodo, che sia sensuale o meno ci infilerò una fotografia per ogni mese come a ripercorrere quel calendario che ho attaccato al muro mentre eravamo sdraiati sul tuo letto.
Non comprerò però mai il libro che hai tenuto sul comodino quella mattina.
Ho tante di quelle pagine da leggere o che amerei ripassare, da non annoiarmi con inutili ripensamenti.
In un momento solo non hai voluto che mi ubriacassi: quando c’era in gioco la mia salute e lì ho percepito ancora una volta qualcosa che mi porta a fare fatica nel considerarti un personaggio di quei racconti che pur amo scrivere e trovare.
Ognuno un linguaggio, ognuno un coraggio.
Appena prima di assaporare l’aria dell’alba nel tuo giardino di casa, abbiamo fatto clac. Abbiamo smontato come in un rito la possibilità di qualsiasi disturbo di ciò che non centrava, abbiamo staccato la spina ai rumori ed alle comunicazioni e dato corrente ai caricabatteria dei cellulari. La carica m’è servita quando sei diventato uno dei miei jack di fiori nella nostra partita azzardata.
Spiff non graffiava il divano e non si rotolava più di tanto. Spiff mandava baci con gli occhi quel pomeriggio e controllava che nessuno lo prendesse per il copridivano in cui ama raccogliersi e credersi un camaleonte.
Spiff si inventava personaggi per sè come fosse Behemoth. Come fossimo noi. Cambiava espressioni come fosse un clown.
Spiff ed io ci siamo trovati subito.... com’è banale da dire.
Spiff però ha acceso meno sigarette e ha dormito più di noi.
Le uniche parole che ci siamo detti all’andata e al ritorno di quel viaggio ai 415 km orari sono state uniche. E poche. E solo accompagnate dal gusto assorto del solito martini risorto trentatrè volte e trasformato in campari e in gin.
(Pierangelo Bertoli e Luciano Ligabue - Sogni di rock and roll)
Hanno organizzato una festa per noi mentre dormivamo. Non conoscevo che un paio d’invitati, ma ci siamo divertiti. Non abbiamo quasi parlato, ma è uno di quegli attimi che sento profondamente nostri quando ci ripenso. L’abbiamo un po’ sequestrato il clima di quella festa.... non era poi proprio nostra, ma ce ne siamo fatti una ragione, una parte e un boccone insieme agli amici di Antonio.
Non te lo dico mai, ma ogni tanto quando tu mi vedi leggere i tuoi diari, in verità li apro per riguardare la fotografia della tua famiglia.
Non te l’ho detto mai perchè sei egocentrico come me, ma mi piace vederti attivo in tutti gli sport che ti interessa provare. Metaforicamente e non. Le posizioni cambiano come cambiano i ruoli... ma la radice dell’affetto che ho piantato nel conoscerti, è rimasta viva.
Ogni tanto mi sento stupida nel dirti che ti voglio bene, più che stupida fuori luogo, oppure nel posto giusto, ma senza cogliere il momento. O forse momenti e situazioni non sono da azzeccare per cose così e non me ne faccio io un cruccio, ma lo stesso mi sento inutile in quel ripeterti cose che già non ti hanno dato granchè, ma preso in prestito molto; cose che a dirle mi sento una di queste bottigliette di vetro di succo di pesca al posto di birra, etichettate industrialmente, stappate come a togliere un cappello – da clown o da pittore o da donna in frack – quando di tutti questi tappi che mi prendo e ritrovo qui mi incuriosisce farne quadri e invece finiscono inquadrati.
Un giorno raccontamelo quell'abbraccio con cui ci siamo colti alla sprovvista più volte davanti alle provviste di abbracci degli altri.
Ti ho bagnato i capelli che il sole era già andato via, ti sei lamentato, hai rincorso Maddalena anzichè me ed è stato un peccato, ma avevo un conto in sospeso e ritorno sempre alle mie sfide, avresti dovuto immaginarlo.
Spiff non è un gatto che passerebbe le ore sul tetto a guardare le strade di sotto, le luci, la campagna, gli orti e le viti di ogni tegola.
Mi sono appiccicata le dita nel martini trasformato e tu ti sei preoccupato fin troppo che cadessi.
Siamo rimasti a costruire una platea anche con le sedie che non sapevamo dove andare a trovare, girando sul tuo camion in mezzo alle stesse campagne viste dall’alto. Abbiamo riempito le ruote d’erba e di sudato asfalto fino a trovarle e impilarle poi e scaricarle dopo, insieme agli altri fiaschisti, pazzi, non ubriachi, e abbiamo ricreato le geometrie senza dirci niente l’un l’altro, ma solo girando tra le file come facendo le prove di una distribuzione del volantino che ricostruì tutto il puzzle che sarebbe avvenuta più tardi e che – nuovamente – mi sono solo immaginata.
Siamo forse stati due individui solitari insieme, però abbiamo condiviso tutto questo e mille altre sfumature di contesto.
Due individui che con-vivono ambienti e musica con una birra appoggiata al marciapiede e sogni sicuramente personali ad aleggiare nell’aria.
In quei giorni hai imparato a memoria una sola delle mie canzoni, quella che parla della mia libertà, di una strada e di un weekend un po’ anomalo e molto romantico. Dopo la mia partenza quasi sicuramente non l’hai più ascoltata.
Hanno organizzato una festa per noi mentre dormivamo. Non conoscevo che un paio d’invitati, ma ci siamo divertiti. Non abbiamo quasi parlato, ma è uno di quegli attimi che sento profondamente nostri quando ci ripenso. L’abbiamo un po’ sequestrato il clima di quella festa.... non era poi proprio nostra, ma ce ne siamo fatti una ragione, una parte e un boccone insieme agli amici di Antonio.
Non te lo dico mai, ma ogni tanto quando tu mi vedi leggere i tuoi diari, in verità li apro per riguardare la fotografia della tua famiglia.
Non te l’ho detto mai perchè sei egocentrico come me, ma mi piace vederti attivo in tutti gli sport che ti interessa provare. Metaforicamente e non. Le posizioni cambiano come cambiano i ruoli... ma la radice dell’affetto che ho piantato nel conoscerti, è rimasta viva.
Ogni tanto mi sento stupida nel dirti che ti voglio bene, più che stupida fuori luogo, oppure nel posto giusto, ma senza cogliere il momento. O forse momenti e situazioni non sono da azzeccare per cose così e non me ne faccio io un cruccio, ma lo stesso mi sento inutile in quel ripeterti cose che già non ti hanno dato granchè, ma preso in prestito molto; cose che a dirle mi sento una di queste bottigliette di vetro di succo di pesca al posto di birra, etichettate industrialmente, stappate come a togliere un cappello – da clown o da pittore o da donna in frack – quando di tutti questi tappi che mi prendo e ritrovo qui mi incuriosisce farne quadri e invece finiscono inquadrati.
Un giorno raccontamelo quell'abbraccio con cui ci siamo colti alla sprovvista più volte davanti alle provviste di abbracci degli altri.
Ti ho bagnato i capelli che il sole era già andato via, ti sei lamentato, hai rincorso Maddalena anzichè me ed è stato un peccato, ma avevo un conto in sospeso e ritorno sempre alle mie sfide, avresti dovuto immaginarlo.
Spiff non è un gatto che passerebbe le ore sul tetto a guardare le strade di sotto, le luci, la campagna, gli orti e le viti di ogni tegola.
Mi sono appiccicata le dita nel martini trasformato e tu ti sei preoccupato fin troppo che cadessi.
Siamo rimasti a costruire una platea anche con le sedie che non sapevamo dove andare a trovare, girando sul tuo camion in mezzo alle stesse campagne viste dall’alto. Abbiamo riempito le ruote d’erba e di sudato asfalto fino a trovarle e impilarle poi e scaricarle dopo, insieme agli altri fiaschisti, pazzi, non ubriachi, e abbiamo ricreato le geometrie senza dirci niente l’un l’altro, ma solo girando tra le file come facendo le prove di una distribuzione del volantino che ricostruì tutto il puzzle che sarebbe avvenuta più tardi e che – nuovamente – mi sono solo immaginata.
Siamo forse stati due individui solitari insieme, però abbiamo condiviso tutto questo e mille altre sfumature di contesto.
Due individui che con-vivono ambienti e musica con una birra appoggiata al marciapiede e sogni sicuramente personali ad aleggiare nell’aria.
In quei giorni hai imparato a memoria una sola delle mie canzoni, quella che parla della mia libertà, di una strada e di un weekend un po’ anomalo e molto romantico. Dopo la mia partenza quasi sicuramente non l’hai più ascoltata.
(Francesco De Gregori - Caterina)
Eri in platea anche quando hai assistito tu ai miei schiamazzi notturni e avresti potuto denunciarmi.
Mi hai guardata negli occhi di bimba e ti ho immaginato vicino anche dove la realtà avrebbe detto che non c’eri, dove il tempo non ci aveva visto bene-insieme, dove tu sei stato a guardarmi spericolata su parchi e giardinetti a schiamazzare (non è cambiata stagione, solo il tempo s’è assopito e risvegliato tra futuro e passato) ed io mi sono re-innamorata ancora una volta di me.
Ogni volta che non ti ho letto mi è sembrato di perdere tempo, ogni volta che ti ho letto mi è sembrato che ne avessi perso tu.
Perchè mi hai emozionato.
Ho provato a leggere Pessoa. Ho interrotto mille volte. Ho iniziato a leggere di Margherita e del Maestro. Non ho finito neanche adesso.
Insieme abbiamo prodotto in tutto questo tempo giusto un paio di scritti ed un sasso, come quelli che trovi sulla riva di un fiume o sul fondo di un lago se si smuove il terreno con l’acqua. Abbiamo scritto lì il nostro grazie per aver creato tutto questo: tenerlo sulla mia scrivania è il mio ringraziarti con ogni sguardo. Non l’hai capito, ma hai preferito pensare che nessuno capisce a pieno le tue generosità.
Perdo sempre quando gioco a biliardino e tu mi hai preso in giro, allora ho fatto lo stesso quando ti commuovevi del mio poter preparare panini con i tuoi compagni di strada senza il tuo cenno d’assenso.
Un giorno giocheremo a buttare i pianeti con i loro colori in buca fino alla fine....e ci affezioneremo al numero 8 come infinito o come orario e non come palla sbagliata.
Un giorno scriveremo di nuovo a due mani, a due gomiti e leggeremo veramente che dicono i fogli.
Un giorno premere su tasti bianchi e neri servirà a comporre una melodia. Un giorno saremo due sul palco vestiti di bianco.
Un giorno capirò.
Fino a quel giorno avrai però rimandato qualcosa di vero, lamentandoti.
Ho ritrovato la vedova in nero incrociata sulla strada che porta dalla piazza che non è piazza ai pochi scalini di pietra sottile dei miei ricordi più caldi. L’ho ritrovata in un tuo racconto scritto con me, scritto prima di incontrarti, scritto e rimasto nella memoria associato all’immagine del velo nero di quella signora qualsiasi che ho trasformato in ricordo indelebile come una sottolineatura di marker scuro.
Scuri anche gli occhiali con cui ti ripari dal vedere queste cose.
Mi raccontavi le tue avventure come in sosta a quell’osteria in cui ti ho conosciuto, come in pausa per un pranzo fatto insieme, come in pausa dal tuo ennesimo viaggio fatto e finito. Bene.
Mentre attendo comunque che mi mandi una lettera, quel pezzo composto e la mia fotografia preferita dei quattro Karamazov, ti invio il ricordo di questi momenti che ci hanno visto insieme con la stessa insistenza di un invito a crederci e perseguire nell’organizzare una festa per cui servono le risorse di tutti e non servono stupide distanze d’orgogli strani.
Il cappuccino oggi lo prenderei senza schiuma. Segnalo.
E pensa meglio alla disposizione degli specchi del bar.
Il gioco dell’oca è un andirivieni, è un gioco banale, alla fine lo è anche girare e associare un bar ad ogni età della propria giornata. Di bar in cui farsi chiamare per nome è tradizione averne uno. Perchè vuoi sempre essere diverso?

Prima capitava a te di pensarmi dentro le canzoni, di affibbiarmi mille ruoli....ognuno per un personaggio cantato, neanche mi chiamassi Beatrice! Oggi mi hai lasciato domande e dubbi e aria profumata di ammorbidente per avvolgerli quando cerco di dargli una pulita come se fosse ai tuoi polmoni dopo che della tua sigaretta hai fatto un flash nella notte.
Eri in platea anche quando hai assistito tu ai miei schiamazzi notturni e avresti potuto denunciarmi.
Mi hai guardata negli occhi di bimba e ti ho immaginato vicino anche dove la realtà avrebbe detto che non c’eri, dove il tempo non ci aveva visto bene-insieme, dove tu sei stato a guardarmi spericolata su parchi e giardinetti a schiamazzare (non è cambiata stagione, solo il tempo s’è assopito e risvegliato tra futuro e passato) ed io mi sono re-innamorata ancora una volta di me.
Ogni volta che non ti ho letto mi è sembrato di perdere tempo, ogni volta che ti ho letto mi è sembrato che ne avessi perso tu.
Perchè mi hai emozionato.
Ho provato a leggere Pessoa. Ho interrotto mille volte. Ho iniziato a leggere di Margherita e del Maestro. Non ho finito neanche adesso.
Insieme abbiamo prodotto in tutto questo tempo giusto un paio di scritti ed un sasso, come quelli che trovi sulla riva di un fiume o sul fondo di un lago se si smuove il terreno con l’acqua. Abbiamo scritto lì il nostro grazie per aver creato tutto questo: tenerlo sulla mia scrivania è il mio ringraziarti con ogni sguardo. Non l’hai capito, ma hai preferito pensare che nessuno capisce a pieno le tue generosità.
Perdo sempre quando gioco a biliardino e tu mi hai preso in giro, allora ho fatto lo stesso quando ti commuovevi del mio poter preparare panini con i tuoi compagni di strada senza il tuo cenno d’assenso.
Un giorno giocheremo a buttare i pianeti con i loro colori in buca fino alla fine....e ci affezioneremo al numero 8 come infinito o come orario e non come palla sbagliata.
Un giorno scriveremo di nuovo a due mani, a due gomiti e leggeremo veramente che dicono i fogli.
Un giorno premere su tasti bianchi e neri servirà a comporre una melodia. Un giorno saremo due sul palco vestiti di bianco.
Un giorno capirò.
Fino a quel giorno avrai però rimandato qualcosa di vero, lamentandoti.
Ho ritrovato la vedova in nero incrociata sulla strada che porta dalla piazza che non è piazza ai pochi scalini di pietra sottile dei miei ricordi più caldi. L’ho ritrovata in un tuo racconto scritto con me, scritto prima di incontrarti, scritto e rimasto nella memoria associato all’immagine del velo nero di quella signora qualsiasi che ho trasformato in ricordo indelebile come una sottolineatura di marker scuro.
Scuri anche gli occhiali con cui ti ripari dal vedere queste cose.
Mi raccontavi le tue avventure come in sosta a quell’osteria in cui ti ho conosciuto, come in pausa per un pranzo fatto insieme, come in pausa dal tuo ennesimo viaggio fatto e finito. Bene.
Mentre attendo comunque che mi mandi una lettera, quel pezzo composto e la mia fotografia preferita dei quattro Karamazov, ti invio il ricordo di questi momenti che ci hanno visto insieme con la stessa insistenza di un invito a crederci e perseguire nell’organizzare una festa per cui servono le risorse di tutti e non servono stupide distanze d’orgogli strani.
Il cappuccino oggi lo prenderei senza schiuma. Segnalo.
E pensa meglio alla disposizione degli specchi del bar.
Il gioco dell’oca è un andirivieni, è un gioco banale, alla fine lo è anche girare e associare un bar ad ogni età della propria giornata. Di bar in cui farsi chiamare per nome è tradizione averne uno. Perchè vuoi sempre essere diverso?

Prima capitava a te di pensarmi dentro le canzoni, di affibbiarmi mille ruoli....ognuno per un personaggio cantato, neanche mi chiamassi Beatrice! Oggi mi hai lasciato domande e dubbi e aria profumata di ammorbidente per avvolgerli quando cerco di dargli una pulita come se fosse ai tuoi polmoni dopo che della tua sigaretta hai fatto un flash nella notte.
(Samuele Bersani - Il pescatore di asterischi)
C’è un’altra pietra che è rimasta tale nella mia testa e nel mio cuore, ci siamo seduti sopra di lei a chiacchierare nell’ennesima notte.
Hai perso i documenti anche tu dopo esserti trovato i pantaloni bianchi di un disco in casa tua.
Lo stereo nella casa in campagna lo sfottevamo in due, non abbiamo ascoltato molta musica senza viaggiare. Ho lanciato i pop corn, ma non per festeggiare.
Mi hai cambiata con una maglietta verde, un giubotto di pelle e un porta accendino di jeans da appendere al collo, ma una sola fotografia per ricordarci di noi.
Dovevo inibirti, a sentire te, ma dopo la prova dei tre giorni sono uscita dalla tua vita lasciandoti guidare senza patente. Hai rallentato la velocità, lasciato abbassato il finestrino passeggero e macinato 416 km come fosse grano bruciato in mezzo alle vecchie lettere con un profumo forte, dentro ad uno di quei tramonti scomposti che si guardano nel retrovisore: era un bacio.
h.n.
come i pazzi
sono in gran parte
la prosa stessa che scrivo
mi snodo in periodi e paragrafi
mi trasformo in punteggiatura
e nella sfrenata disposizione delle immagini
come i bambini mi maschero da re
con carta di giornale oppure
ritmando una successione di parole
mi acconcio come i pazzi
con fiori secchi che sono freschi
solo nei miei sogni
paesaggi
per viaggiare basta esistere.
passo di giorno in giorno
come di stazione in stazione,
nel treno del mio corpo
o del mio destino.
affacciato sulle strade e sulle piazze
sui gesti e sui volti
sempre uguali e sempre diversi
come in fondo sono i paesaggi.
(Pessoa)
C’è un’altra pietra che è rimasta tale nella mia testa e nel mio cuore, ci siamo seduti sopra di lei a chiacchierare nell’ennesima notte.
Hai perso i documenti anche tu dopo esserti trovato i pantaloni bianchi di un disco in casa tua.
Lo stereo nella casa in campagna lo sfottevamo in due, non abbiamo ascoltato molta musica senza viaggiare. Ho lanciato i pop corn, ma non per festeggiare.
Mi hai cambiata con una maglietta verde, un giubotto di pelle e un porta accendino di jeans da appendere al collo, ma una sola fotografia per ricordarci di noi.
Dovevo inibirti, a sentire te, ma dopo la prova dei tre giorni sono uscita dalla tua vita lasciandoti guidare senza patente. Hai rallentato la velocità, lasciato abbassato il finestrino passeggero e macinato 416 km come fosse grano bruciato in mezzo alle vecchie lettere con un profumo forte, dentro ad uno di quei tramonti scomposti che si guardano nel retrovisore: era un bacio.
h.n.
come i pazzi
sono in gran parte
la prosa stessa che scrivo
mi snodo in periodi e paragrafi
mi trasformo in punteggiatura
e nella sfrenata disposizione delle immagini
come i bambini mi maschero da re
con carta di giornale oppure
ritmando una successione di parole
mi acconcio come i pazzi
con fiori secchi che sono freschi
solo nei miei sogni
paesaggi
per viaggiare basta esistere.
passo di giorno in giorno
come di stazione in stazione,
nel treno del mio corpo
o del mio destino.
affacciato sulle strade e sulle piazze
sui gesti e sui volti
sempre uguali e sempre diversi
come in fondo sono i paesaggi.
(Pessoa)
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