(17-5-04)
E' passato molto più tempo. Quelli erano giorni in cui non avrei mai riconosciuto il modello della tua auto; il suono del mio campanello era generalmente più nervoso ed io non sapevo ancora come ti saresti rivelato con i bambini.
Dolce, premuroso, protettivo: come con me, bambina di poco più cresciuta e già innnamorata dei tuoi movimenti.
Forse è per questo che non sopporto la tua inerzia: quando vieni da me con una sorta di senso del dovere o di cieco altruismo e non è passato poi troppo tempo da quel tempo.
Non so quanto in basso dobbiamo cadere, quanti passi dobbiamo percorrere, quante volte perderci ancora prima di deciderci definitivamente. O se veramente sono io quella eternamente in conflitto, come sempre, tra le bandiere che porto dentro ed il prezzo della realtà.
Non posso nemmeno dirti se effettivamente costruiremo mai insieme quella famosa capanna sull'albero, se mi stancherò prima di trovare le assi, se ti lascerò cercarle da solo preferendo un'altra croce nella mia vita.
un altro bivio. E di colpo passerà molto più tempo.
Ti cercherò di spiegare in una lettera piena di confusioni i miei sforzi nel raggiungere la tua epica lontananza, proverò a descriverti i gesti con cui ti parlo e ancora una volta mi chiederò se illudermi che tu possa capirmi ci faccia poi bene.
Sorridendo mi sento un anello che non c'è, subito dopo gioco ad essere responsabile accusandoti di non somigliarmi. Preziosa autocritica, ma quanto utile?
Torno a sorriderti, dicevo ed intanto a dubitare, in preda, forse, a chissà quale paura.
Ma non ho paura: ho solo voglia di vivere una vita diversa, di sentire ogni tanto scrosciare un applauso, di strappare il tendone ed uscire in quel sole. Ci sono le macchine da presa a guardarmi, ma intorno è vuoto, afono. Ti cerco nei volti della platea come fanno tutti i bravi artisti che dedicano il proprio ego ad una persona soltanto, ma io non ti trovo, non ti trovo ancora.
E tu chissà dove sei e se mi vuoi.
I miei sciocchi monologhi saranno sempre sciocchi e ti distruggerà l'idea di doverli interpretare perchè lo spettacolo vada avanti, ma saranno i miei. E nessuno potrà recitarli, come me adesso, a bassa voce, seduta su questo palco sgombro coi piedi all'aria... basterebbe un salto. Non è neanche poi molto alto qui. E sarei fuori.
Non avrei più parti allora, non dovrei più crederti, non ci sarebbero più situazioni e scenate. Neanche più tu, ad ammiccare ogni tanto alle mie imperfezioni di movimento. Rimanendo fermo nella tua poltrona rossa.
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