"Rosario: un nonno laureato", l'ho scritta che ancora ero piccolissima, ed è nata in un contesto molto reale ed altrettanto difficile, forse ancora non del tutto superato.
L'ho scritta alla morte del mio bisnonno, l'unico bisnonno che io abbia conosciuto (e che avrei voluto conoscere meglio), l'unico con cui abbia veramente trascorso del tempo (e con cui avrei voluto trascorrerne ancora, e meglio). Mi rendo conto anche di quanto sono stata fortunata comunque, a conoscerlo, e so che tanti non hanno nemmeno avuto questa opportunità, e anzi, hanno perso magari persone con un rapporto di parentela anche più stretto, ed anche se per me lui è più di un quinto nonno, penso al di là di tutto che le persone ed i rapporti con esse non siano così facilmente misurabili e che voler bene non sia una colpa.
Ero ancora abbastanza piccola quando è successo, abbastanza per non capire e nemmeno affrontare bene la situazione e la sua perdita, nonostante nessuno (eccetto più avanti una persona - roks - e, chissà, magari anche mio nonno stesso), effettivamente ha mai creduto, visto, saputo o vissuto, ciò che per me ha comportato questa distanza, questa morte di un nonno al quale poi, causa forse di tutto questo conflitto di situazioni e sensazioni, non ero stata neanche poi così tanto "affezionata" allora, "vicina", legata. Non ci vedevamo tanto spesso e il tempo che ho passato con lui è stato poco ed è finito troppo presto per farmene rendere conto quando ancora ne avrei magari avuto la possibilità.
Non ho potuto neanche stargli vicino quanto avrei voluto durante la sua morte, nè essere lì al suo funerale (ero gravemente malata e rischiavo anch'io la vita, i medici non mi facevano muovere dal letto).
La sua mancanza dentro di me, non so perchè, per quale ragione veramente, ma si è fatta sentire parecchio e sono anni ormai che penso a lui e penso anche a quella sua morte. Intendo anche nel rapporto che ho avuto io con essa e con mio nonno, da quel momento in poi.
Per anni.
Non so bene come spiegare per riuscire anche a rendere l'idea a una qualsiasi persona che poi neppure mi conosca, e forse per questo ho provato a mettere semplicemente le mie emozioni, le mie sensazioni, i miei sentimenti, in poesia, in modo da poter raggiungere un po' tutti. Magari è solo un'ambizione, lontana e persa, e per questo credo anche che realmente ciò che si scrive e in situazioni come queste, non vada spiegato. Ma forse deve raggiungere ognuno un po' a suo modo, un po' come crede...
Ho rivissuto, "direttamente" e anche in modo di nuovo più "vivo" questa storia dentro di me, questo pezzo di vita, nel 2000 quando è mancata una persona alla quale ho voluto bene senza nemmeno averla mai conosciuta.
Non l'ho neanche mai visto, non ho mai parlato con lui, ma era suo nonno.
Un nonno al quale una persona molto importante della mia vita era molto legata invece e con cui ha trascorso molto tempo anche perchè abitavano insieme (tutto il contrario di me e della mia storia. per questo anche è strano che l'abbia vissuta nello stesso modo o in modo molto simile comunque).
Ora non so perchè (credo non sia solo perchè io voglia molto bene a questa persona), e forse inoltre chi ora sta leggendo mi prenderà per pazza o altro, ma mi sono quasi, in qualche senso, affezionata anche io a suo nonno.
Ho vissuto tutta la lunga strada che poi l'ha tolto da questo mondo senza mai conoscerlo, ma con lui e volendogli bene come se fosse il mio nonno. E anche per me è stato difficile. Per una serie di motivi. O forse senza un perchè.
Forse non ci deve essere, per forza, un motivo per tutto?
Beh in questa circostanza ho avuto modo di rivivere delle cose e di viverne e sentirne altre di completamente nuove, soprattutto ho avuto modo di riflettere nuovamente su questa storia con più profondità, scavando le cose un po' di più e forse modo di capire alcune cose.
Allora sono venuta da lei, da questa poesia, e l'ho riletta.
Rosario: un nonno laureato
Una foglia è caduta
un albero fiorito
torna spoglio e svogliato.
La morte verrà,
ma non mi tratterà:
così mi ripeteva,
così mi immaginai,
mi sentii dire in sogno.
Io sono in casa, malata,
non posso schizzar via,
non posso guardare,
un'altra viola appassisce,
un'altra anima sparisce?
Non aver paura
il fiore è germogliato
e come una violetta
che resta sola, soletta
in una valle scura
poi, triste lascia il mondo
e sussurra un'ultima frase di saluto
è come un qualcosa,
un prodotto che è scaduto, che è andato
ma... non ti devi preoccupar
perchè passerà
ed io tornerò al tuo fianco
torneremo tutti, ti prometto
tornerò un ometto,
ma non ti dimenticar
che non mi devi mai lasciar,
io sarò sempre in te e tu con me.
Un vecchio lascia il mondo;
un giovane lo esplora, ci gira intorno,
lo gira in tondo.
Rimangono i ricordi,
i ricordi.
E ti rivedo là,
sulla sedia col cuscino,
mentre sorseggi
quella calda minestra.
Quel berretto, stretto.
Quegli occhi
che sembrava di poterci nuotare.
Quei baffetti bianchi,
buffi, scomposti,
quella voce.
Il tuo letto
che ho visto invecchiare.
E quel saluto
che non ti volevo mai dare.
Chissà poi perchè.
La caramella che mi promettevi.
Immagini confuse.
Le chiacchiere, le medicine,
era sempre un battibecco,
continuo, imperfetto.
Tu che le dicevi
che sapevi
e raccontavi a papà
la tua verità.
Lei che scherzava
di lasciarti stare.
Quando tutto finiva
in una grassa risata.
I biglietti sul tuo comodino,
lasciati dalla dottoressa,
la rubrica vicino al telefono.
Il bicchiere bianco,
plastica bianca.
Ti ho visto sempre meno,
non c'era mai abbastanza tempo
e adesso che è finito...
Ricordo quel letto
dove anch'io ero stanca di stare.
Subito è sopraggiunto
il desiderio di ribellione
e poi la speranza
di saperti in un mondo migliore.
Ho sentito il tuo:
ora devo andare.
Arrivederci a presto.
Ma non ho potuto rilanciare.
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