(martedì, 8 aprile 2008 alle 11:49)
La zingara mi chiese due soldi e rimase a guardarmi tenendosi per sè tutte le vecchie storie e gli avvertimenti sulla mia vita.
La guardai anch'io, pensando che non esistono più le zingare di una volta a cui dedicare canzoni e da cui sentirsi capiti o da cui apprendere qualcosa del proprio destino.
Ho deciso di alzarmi dal pulpito dov'ero addormentata da tempo e di sedermi su quel marciapiede per un po', ma non è cambiato niente: non ho compreso qualcosa in più della cultura zingara e nemmeno della mia. Ho visto solo l'ennesima disgrazia dell'uomo incapace di umanità e mi sono domandata dov'è finito l'umanesimo, insieme alle zingare di una volta a cui si possono dedicare canzoni.
Per essere pronti a capire la vita di qualcuno bisogna avere la capacità di viverla, non basta affacciarcisi per un po'.
Ho acceso la luce alla torre e l'ho regalata alla zingara inventandole un paradiso per gli anni a venire. Avrei dovuto forse farmi pagare cara un'informazione simile e per giunta esatta. Sono passati due anni e ogni tanto mi siedo su qualche marciapiede in giro per la città domandandomi se davvero è migliore il posto dove andiamo a morire.
Ho lasciato la Francia una manciata di mesi fa: cercavo compagnie di zingari come fossero teatranti appesi a un filo e mi sono resa conto che non era bello per nessuno.
I marciapiedi qui sono solo un po' più pieni, di sporcizia o di culture... considerate quasi uguali.
Inizia ad essere difficile trovare un posto buono per navigare nelle proprie malinconie.
E allora passeggio, illudendomi di camminare.
Percorro sempre la stessa via, come fosse quel filo francese su cui ci vedevo i teatranti.
Questi bambini mi investono di richieste e non mi dicono mai da dove vengono.
Io non ho richieste da soddisfare a nessuno, forse l'ho già detto, ma qui sembra non capirmi nessuno.
E allora mentre passeggio mi guardo intorno e mi domando cosa ho di diverso. Sì, dalla zingara e da questi bambini che correrebbero sempre a frotte in ogni posto ed in qualsiasi periodo, scalpitando come cavalli che stanno per iniziare una competizione. Si guardano anche tra di loro, ma alla fine non gli importa.
Ma anche di diverso dagli italiani di questa città racchiusa nelle sue realtà multicolore. E' il colore?
Se è così, non me ne sono neanche accorta.
Sarà che guardo spesso in alto e sorrido per un albero che mi ricorda una delle mie lettere ad un amore non corrisposto. Oppure sarà per quando mi affeziono a cinquanta metri di asfalto come se fosse quell'amore. Poi, mentre mi guardo attorno, se sento il vento spingermi verso casa.... allora capisco che è davvero tutta lì la diversità: materia di miglioramento delle mie analisi sociali? no, solo una sfumatura come un'altra per accorgermi ancora di quel colore e del valore.
(Strade di Francia - Daniele Silvestri)
La zingara mi chiese due soldi e rimase a guardarmi tenendosi per sè tutte le vecchie storie e gli avvertimenti sulla mia vita.
La guardai anch'io, pensando che non esistono più le zingare di una volta a cui dedicare canzoni e da cui sentirsi capiti o da cui apprendere qualcosa del proprio destino.
Ho deciso di alzarmi dal pulpito dov'ero addormentata da tempo e di sedermi su quel marciapiede per un po', ma non è cambiato niente: non ho compreso qualcosa in più della cultura zingara e nemmeno della mia. Ho visto solo l'ennesima disgrazia dell'uomo incapace di umanità e mi sono domandata dov'è finito l'umanesimo, insieme alle zingare di una volta a cui si possono dedicare canzoni.
Per essere pronti a capire la vita di qualcuno bisogna avere la capacità di viverla, non basta affacciarcisi per un po'.
Ho acceso la luce alla torre e l'ho regalata alla zingara inventandole un paradiso per gli anni a venire. Avrei dovuto forse farmi pagare cara un'informazione simile e per giunta esatta. Sono passati due anni e ogni tanto mi siedo su qualche marciapiede in giro per la città domandandomi se davvero è migliore il posto dove andiamo a morire.
Ho lasciato la Francia una manciata di mesi fa: cercavo compagnie di zingari come fossero teatranti appesi a un filo e mi sono resa conto che non era bello per nessuno.
I marciapiedi qui sono solo un po' più pieni, di sporcizia o di culture... considerate quasi uguali.
Inizia ad essere difficile trovare un posto buono per navigare nelle proprie malinconie.
E allora passeggio, illudendomi di camminare.
Percorro sempre la stessa via, come fosse quel filo francese su cui ci vedevo i teatranti.
Questi bambini mi investono di richieste e non mi dicono mai da dove vengono.
Io non ho richieste da soddisfare a nessuno, forse l'ho già detto, ma qui sembra non capirmi nessuno.
E allora mentre passeggio mi guardo intorno e mi domando cosa ho di diverso. Sì, dalla zingara e da questi bambini che correrebbero sempre a frotte in ogni posto ed in qualsiasi periodo, scalpitando come cavalli che stanno per iniziare una competizione. Si guardano anche tra di loro, ma alla fine non gli importa.
Ma anche di diverso dagli italiani di questa città racchiusa nelle sue realtà multicolore. E' il colore?
Se è così, non me ne sono neanche accorta.
Sarà che guardo spesso in alto e sorrido per un albero che mi ricorda una delle mie lettere ad un amore non corrisposto. Oppure sarà per quando mi affeziono a cinquanta metri di asfalto come se fosse quell'amore. Poi, mentre mi guardo attorno, se sento il vento spingermi verso casa.... allora capisco che è davvero tutta lì la diversità: materia di miglioramento delle mie analisi sociali? no, solo una sfumatura come un'altra per accorgermi ancora di quel colore e del valore.
(Strade di Francia - Daniele Silvestri)
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