sabato 5 novembre 2011

Re stare

(Enrico Nascimbeni - La canzone più bella del mondo)
Dondolio dell'auto, la mia bimba che dorme sul seggiolino accanto a me, sul parabrezza rallentano le luci dei lampioni, si avvicina quella dei fari e dei freni rossi della macchina davanti. Dove và questa strada?

L'apina rosa in mano alla cucciola nel suo lettino, ali gialle, cuore trasparente. Una casa che conosco.

Per una volta voglia di restare in un clap clap che lascia impensierire anche gli sciocchi. Tu dall'altra parte del vetro non mi guardi, metti un altro vinile sul piatto ed è tutto. Piatto il mare a cui penso sentendo il tuo brano preferito all'autoradio e schiocco di dita e fumo di sigaretta. Spenta.

Luce che in questo tratto và via ogni sera che torno a casa a quest'ora, nello stesso punto...che non so mettere a questa storia.
Raccordi e rotonde che mi spingono a un'inversione di tendenza rispetto al mio agire. Ho capito i miei errori, ma tu i tuoi?
Ricordi i draghi, ma non i sassi sul crocevia dove ci siamo incontrati e lasciati. Persi gli acquiloni, i colori son tutti nelle pezze strappate di questi cuori in affitto rubati ad una festa di anniversario.

Nonna, dove sei?

Tiro a lucido i chilometri percorsi con le scarpe coi tacchetti. Ogni partita si gioca da fuoriclasse, ma senza fuggire. Ogni lucidità si perde percorrendo a pieno quel campo di fragole o girasoli. Il sole è effettivamente girato al largo, nemmeno piove, rimane questo freddo glaciale delle tue parole sbocconcellate insieme al cappuccino di ogni mattino con lo sguardo focalizzato su quel dito che percorre il bordo del bicchiere, ancora, come allora, come pare avvenisse in quel percorso. E dov'era la luna?

Te la sei mangiata insieme a tutto ciò che dici non aver digerito di me troppo a lungo per non perdermi e restare come campione, ma di uno stesso inventario che ha poco d'immaginazione. Poco di fantasia e di sorpresa. Poco di noi.

Rapisci i giorni lontani, rammenda i ricordi più puri, nascondi i baffi del gatto che lecca con lingua di soppiatto come un matto. Saluta con passi felpati. Decidi che cosa mantieni. Ricordi i sorrisi più veri? Sorridi e ci pensi, ti mangi le mani. Trasformi i polpastrelli in quelle tue mani con robe del caso che rendono umani. Pure gli occhi. Io ricordo pure gli occhi. Io ho bisogno di loro, di te, di rovistare il tuo corpo per trovare lo stesso abbraccio che abbiamo lasciato incustodito nell'incompletezza e nella solerzia di un giorno, un domani, che diceva "non possiamo fare più niente", non vogliamo questo veramente.
Ti bacio in una lettera che non ti spedirò, come al solito si fa con questo tipo. Stavolta la ritroverai gettata nel camino spento di casa nostra.

p.s.: abbiamo dimenticato di ridere. Quasi tutto, qui.

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