Mi ricordo sempre di quella volta quando sul sedile dell'autobus scrivevo in blu, forse di bolle di sapone e stavo con il quaderno appoggiato alla gamba ed il piede spostato in avanti perchè i posti davanti a me erano vuoti; il tram era mezzo vuoto; la mia testa non era sufficientemente sgombra da apprezzare solo il sole che, dalla sua, dava chiarezza ai miei fogli. Poi ogni tanto un'occhiata fugace al finestrino mentre rallentavamo: lo facevo per guardare le scarpe delle persone agli attraversamenti pedonali poggiarsi sull'asfalto che di lì a poco sarebbe sicuramente stato bagnato.
Ho sempre ritrovato qualcosa di mio dentro l'umidità dell'aria: che fosse nelle cantine dove il vino perde la sua importanza o invece di pioggia senza piangere. Ho sempre trovato dentro l'umido qualcosa di me anche quando umidità non ce n'era. O non ancora e non più.
Beh, Sinbad il marinaio si sarebbe rimesso gli stivali gialli di gomma e avrebbe certamente finito per perdere il calore di casa sua in cambio di quella vie perchè, vedi, c'è sempre un posto ch'è più casa delle tue stanze quando c'è quell'odore da farti ammuffire la vita nei libri mentre lo provi a raccontare e ti rileggerebbe chiunque perchè dentro c'è passione vera. Sporca e non pura. Rimasta.
Sinbad il marinaio avrebbe ripreso gli stivali di gomma gialli e si sarebbe messo a passeggiare per la strada se si fosse messo a piovere per davvero. Non un po' d'attenzione alle pozzanghere perchè non c'è niente da giocare quando quell'umido lì ti riempie la gola. Ti fa respirare solo più di lui.
Sinbad avrebbe portato con sè il cane, senza ombrello. Gli stivali sì.
Questi passanti, loro forse la conoscono la storia delle loro strade, delle loro piazze, delle loro edicole, dei cabinotti dei fiorai, delle enoteche. Sono arrivati arabi anche qui a venderci la farinata e far incazzare i livornesi.
Questi passanti da borse e bambini appesi ai bracci che avanzano incuranti dei miei occhi magneticamente incollati alle loro camminate: questa è la tua prima volta a Genova, figlia mia e tu non li vedi; non andremo sul battello nè ti porto all'acquario. Non passiamo oggi nelle vie diventate arterie di Fabrizio e le case a cubo dove tutti hanno panni da stendere insieme al loro colore di casa, di facciata, tu nemmeno le guardi. Però ricordati, ségnalo: dopo il Sunflowers c'è il piccolo mercato coperto e poi si arriva in piazza Corvetto con pochi giri a caso di auto. Una via che dà lì l'ho messa nel mio dipinto che neanche lo sapevo. Sono andata a Genova per cercarlo, il mio dipinto, bimba. Gli ho cambiato solo l'asfalto che, proprio sotto ai piedi di tutti, s'è preso la forma acciottolata di altri tanti caruggi di questi.
Fin da dopo la galleria di San Paolo della Croce si vede già il mare ed anche il porto. Eppure poche ore prima pensavo a quanto avrebbe fatto male pensare che l'indomani sarebbe stato domani. E oggi ancora.
A Genova si sanno difendere, loro l'identità se la costituiscono addosso, costruiscono e riconoscono nelle facce e le case sono vicine, vicine tanto che non puoi non guardarti negli occhi mentre i tuoi panni li fai asciugare dalle piogge. I genovesi si sentono protagonisti ed amano i contrasti e su di quelli fanno le loro puntate, proprio come me nel tavolo da poker ammuffito. Fieri e vagabondi, siete. Fieri e se volete sbadati, ma per voglia. Avevo voglia di Genova. E bisogno. Lo sentivo senza chiedermi perchè. L'ho dipinta, ma non mi bastava affatto. Il dipinto era un bacio sulla bocca, ma Genova di fiati che possono raccontarla ne ha tanti e te ne lascia pochi, se ci vai. Illegittima e fiera. Terrena e altera. Equivoca e volgare. Con tutta quella dignità ch'è sempre pronta a rivelare. Genera più d'un sospetto di non essere normale. Ha qualcosa di Torino e qualcosa della Francia nella mia testa sgangherata e disperatamente attratta dai viaggi, appassionata come loro al loro mare che se glielo dite brutto, ti rispondono ch'è mare e ti guardano seri. Genova poi ride ed ha una vena solo sottilmente stronza. E' pietra che non si lascia tagliare. Non per niente la lanterna la tengono sul porto antico, loro e non per mare. Non una cartolina dei vicoli: per portarteli a casa ci devi per forza passare.
Io sul mio bus ripenso in ogni tempo ai miei giri di boa perchè Genova può raccontarcela, audace e orgogliosa, ma non se ne esce comunque. Ricordo il cane di Sinbad tutto attento intento ad annusare l'aria e sentirci puzza di piscio e benzina. E motori delle auto che vanno. E di tanto in tanto odore forte di vernice che chiede di uscire dai muri dove è stata messa a dare messaggi forti alla gente. Fossero pure fumetti. Poi si arriva all'autorimessa ed il suo è odore di auto sì, ma nuove. E non è pelle perchè ancora, dentro i sedili, in quelle non ce n'è stata. Il mio braccio invece tocca il finestrino, la mia testa pure ci si è appoggiata. Odore di colla. E io da questo autobus prenderò solo tutto: ricordi dei miei testi scritti qui in un'altra età, frammenti di speranze gettate come sguardi all'asfalto, curiose occhiate e odori riemersi da nasi di cani che forse neanche mai sono esistiti e se sì, chissà dove.
Certi cani tra loro sono più solidali della pioggia di pagine più ricca che puoi pensare a farti compagnia in quelle giornate di solo sole ed umidità pronta a sbottare in pianto. Quelle in cui un wisky di sera non preso concentra meglio tutto. Sul mio bus dedicherò a te un frammento delle mie malinconie ormai ovvie e riempirò il grigio asfalto messo in vetrina col suo prezzo di sorsate d'aria umida, mia, prese da fragili bottiglie rotte come fosse ossigeno. Sono i miei racconti. Sono le mie parole, frasi che chiamo "pezzi" perchè se le metti insieme alla fine mi trovi, perchè mi portano dentro, come fossero loro l'autobus ed io il cane sperso nelle piogge e nel sole, senza padrone che non sia l'odore di qualcosa. Sono i resoconti di viaggi tenuti insieme dai biglietti con cui giocherei anche a carte se potessi. E passi fatti attraverso i piedi di Sinbad: con e senza gomma gialla per poterne cancellare tratti e ritratti incontrati. Tu non raggiungermi in questo contesto sterrato: potresti infangarti ancora.
Tu gli stivali gialli, quelli da marinaio, li hai solo avuti in prestito un giorno o un mese oppure sei abituato a perderteli sempre senza farci caso. E troppo spesso dentro i miei occhi.
Scritto da h.n. in tre fasi:
- a Genova in auto per i vicoli prima di arrivare a Palazzo Ducale per il venticinquennio del cvt, il 27-3-2010
- alla Taverna dei Mercanti di Torino al concerto di Angelini e Forin mentre Forin cantava "vagon lit", interrompendo io di scrivere alle 23.38 del 16-4-2010
- stasera, 20-4-2010, al pc che alla firma segna le 0.23 (dunque 21-4-10), rimodellando ancora agli appunti forma, regalando loro nastri di parole e coraggio.
Colonna sonora:
Fossati - Il bacio sulla bocca
http://www.youtube.com/watch?v=8PafDO-lATI&...
Angelini - il profumo del canto
http://www.youtube.com/watch?v=wXMl5R9i9b4...
Max Manfredi - Tra virtù e degrado
http://www.youtube.com/watch?v=xHC4SBljC5U
Faber - Creuza de ma
http://www.youtube.com/watch?v=Mq1wJcQlDZY&...
Lauzi - Genova per noi
http://www.youtube.com/watch?v=zYZc5PjvmOk&...
Baccini - Genoa Blues
http://www.youtube.com/watch?v=Ca6e6iQt1ms
Augusto Forin - Vagon Lit
http://www.facebook.com/?ref=logo#!/video/video.php?v=114736841888635
Tenco - Io sì
http://www.youtube.com/watch?v=h-AX062BP1M
Sirianni - Nel mio quartiere
http://www.youtube.com/watch?v=FFOL_c-q_vU
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