La mano la alza lentamente dalla cartellina su cui era appoggiata.
Nascosto dietro il mobile del soggiorno c'è un ombrello. Di solito Esther lo usa nelle sere di pioggia, quando è appena finita s'intende e gira per le strade così, cantando, perchè le piace l'umidità di quei momenti.
Esther lo apre, invece, adesso, in casa, incurante ancora una volta dell'avvertimento di possibile veicolo di sventure ricevuto quando, poco più alta di quello, ne faceva tetto per nascondigli e costruzione, insieme ad altri simili, dell'edicola da cui, tirandone fuori solo la testa, si affacciava in fronte ai cugini e con tutti i vecchi quotidiani dei nonni sparpagliati sul pavimento del corridoio, chiedeva loro di cosa avessero bisogno. La scelta insolita dell'acquirente era quella del giorno di cui si desiderava copia essendoci, in casa dei nonni, fatta salva qualche eccezione, molti arretrati ma di unica testata.
Esther oggi non si nasconde però sotto l'ombrello aperto simulando una tempesta casalinga e nemmeno gioca a vendere giornali. Veste, piuttosto, un sacco per l'immondizia tutto nero e tagliato sul fondo di quel tanto che ci possa passare la sua testa matta e poi si mette...in posizione, si potrebbe dire, tanta è la cura con cui sceglie un punto apparentemente casuale davanti la porta che dà sul balcone e lo trova quasi guardasse una non presente stellina o segno di quelli che solitamente marcano i pavimenti dei palcoscenici televisivi. Divaricate appena le gambe si mette a girare insistentemente il suo ombrello aperto e.. e basta. Esther ne aveva tagliata la tela ed ora, avrei potuto giurarci, attendeva un don chisciotte e nient'altro, continuando a roteare e roteare quell'ombrello nella casa che raccoglieva le sue abitudini.
(Cose, De Gregori)
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