domenica 6 novembre 2011

La viaggiatrice sul caravan

In Largo Antonino Gala non fa freddo, ci sono gradini, un vicolo ci guarda e ci vede.
E' quasi beffardo, rimane insoddisfatto come Nadine davanti alla barba di Barabba o come piedi sbattuti sulla scalcinante scivolata della cattedrale uguale alla strada lastricata dove camminò quasi sicuro San Pietro quando fu adulto.

Ad Acerenza ci sono grate solo per cancelli e ringhiere davanti a panorami ventosi, ma se vai dove la strada quasi curva arrivi ad ammirare i lampioni col calore delle case aperte lungo i vicoli che odorano di pesto. Ci sono solo vecchie signore in vetrina e nessun bisogno di consumarsi.

Tu sorridi del mio modo di respirare, ma è già la seconda quest'aquila che finge di planare dentro al plastico collinare di questa cittadina rimasta in piedi.
Non si avvicina l'aquila, come potrebbe? affianca l'albatro vorace e giace, COME giace sullo sguardo gettato dalla mia colonna.

Alla terrazzina capisci subito come andare, d'altra parte non è bastevole girare e non ci sono canti a distrarti la faccia umida.
Non arrivare a prendermi in macchina, per piacere.
Vieni di soppiatto. Mi studi scrivere da lontano come faceva il vicolo con il mio sguardo ch'era offuscato solo dai capelli. Non orpelli.
Non ho due pelli: non riesco a dormire se c'è un carretto rosso a valle, mi piace intingere la penna in quei capelli e tratteggiare i sassi che mi porto via.

Mi dici: ti abitueresti.

Riconosco la mia vita, non più cappelli.

Mi dedichi ciò che vedi, ciò che ascolti, non è che t'accorgi.
Siamo affezionati come si vuol bene ad un accento. S'imparano altre funzioni t'assicuro: zoppicare, per esempio ai tetti.
Come gatti fan cigolare le tegole, loro quasi fermi, ma non c'è emozione che nel camminarvi su non ridiventi propria.

Oggigiorno segui tu l'addestramento a questo vento boreale in cui poi in verità non giungesti. Avanzo io ascolti e meriti che non cedo. Rammenderei pur'i muri potessi schiudere come nidi pasquali i lucchetti poco stretti e disegnare cornicette dei profili delle scale incontrate sui tuoi quaderni a quadretti mentre telefoni.

Auto ne hai parcheggiate poche, ci corri su subito come fossero canzoni sul giradischi.
Tre girasoli soli in una casa vuota, aspettano le tue Rose bionde.
Scalini anche verdi insieme a drappi colorati e figli di quercia che han voglia di raccontartela la loro storia. La riprendo anche stavolta che la Peroni s'è fatta calda e ne ho buttata metà.

Sulle scale non s'intrecciano prospettive diverse: è un tappeto che vola.
Sullo sfondo che cambia c'è sempre la tua ironia complice dell'anello al mio pollice: le credo.

Sei tornato con i girasoli, ma te ne andrai con Rose regalate a novembre e restituite a maggio.

Il verso del falco non lo ricordi più perchè è sempre nascosto sotto urla improvvise e improvvisate nella doccia fredda ch'è pivovuta mentre sei andato via.
Poesia ne avevo scritta una l'altroieri e ne ho fatto stracci senza altrimenti sapere che ne avrei tratto il rischio d'affamare che cerco con un tipo come te.

Si sarebbe reso comprensibile ogni quadro se solo tu non avessi usato le mie lettere per pescare soltanto lische e invece le avessi tu usate tutt'insieme, una con l'altra, per farne l'alfabeto di un mimo.

Non pensarci, lo sai che non è altro che una grandine di parole confusa. Pensa al gatto che fa le fusa e a me che lo so accarezzare quando vado piano con le colonne sonore di lamenti.
D'altronde non sono io che faccio dio: io quando sono giù, rido!

14-4-09
ore 21.00

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