Come va?
Ti guardo negli occhi
ti chiedo "come va?"
nell'azzurro mattino due specchi
ti dico "come va?"
ogni giorno ti vesti di sole
sorveglio il tuo sguardo
e non hai parole
nell'apparenza ti muovi leopardo
Riprendi il tuo viaggio
nell'acqua senza nuotare
affogando nel tuo essere selvaggio
pensi, osservi, cosa fare?
qualcosa di te mai vuoi reprimere
che c'è?
non vuoi accedere
Vai via, fuggi nell'ombra
il buio di un destino
caduto nell'oblio, affonda
ti fermi, ti volti persino
i tuoi occhi qualcosa offusca
torni indietro
sulla scia di una mosca
ronzatrice del tetro
per provocazione
il nulla carezzando
forse è solo un'illusione
quello che stai cercando
come va?
mi guardi negli occhi
mi chiedi "come va?"
nell'azzurro mattino due specchi
mi dici "come va?"
ogni giorno mi vesto di sole
sorvegli il mio sguardo
e non ho parole
1997
a Daniele Silvestri
giovedì 17 novembre 2011
mercoledì 16 novembre 2011
InUtile
(s)cogli li
(C.B.)
Lì dove le ciglia sbattono sul rimasto sonno
ho ritagliato la tua fisionomia in due.
Poteva essere un'idea di ritratto copiata a mille fotografi;
un modo originale per ricomporti una volta sognato di nuovo
o l'immagine d'amante reduce di sfogo di rabbia, e strappata.
Lì dove le ciglia si sdraiano sull'occhi senza volersi alzare
vorrei prometterti quel curioso ovvio caffè
mentre son qui che lo vado a preparare per loro, me,
tra i fornelli fermi in cui mi rendo conto
di non averti cucinato bene.
Lì dove i miei occhi sono scogli su cui puoi giusto arrampicare,
increspandosi le ciglia sul loro colore di schiuma
trasformano in onde che vorrei stamani agitare e più ancor più
incredula e incerta di fronte alla sorpresa
del tuo precoce procace ritorno da drammatico film d'amore
cui rispondere con mie parole rancorose e stronze
farcite dei sapori da cui non hai voluto farti accarezzare.
Il mare mosso l'ho rimestato di dentro per sentire il tintinnare dello shacker.
Ed in questo secondo risveglio singhiozzo e non ho pianto.
Nemmanco bevuto.
L'aria non è alla porta
e i tuoi pugni pure non li sento.
C'è modo e modo d'esser violenti.
C'è forma e modo per trovarsi nolenti.
Ci vuol modo e stile a sentirsi dolenti.
(1settembre 2010 ore 9.54)
(Arlecchino - De Gregori)
Il vecchio paragone della rosa - Carlo Molinaro
a H.
Avevo pensato al vecchio paragone della rosa
ma poi no: tu non è che hai il fiore
e la spina: in te fiore e spina
sono una cosa sola. Bisogna trovare
il fiore nella spina
e la spina nel fiore.
Perché in te è la spina che fa il fiore
restando spina – e il fiore fa la spina
restando fiore. Sei magra come un ragno,
hai labbra grandi come un’africana
e ginocchia spellate.
Degli occhi non so dire:
te li ho guardati, però non so dire.
Preferisco non dire cose a caso.
Come certi animali di boscaglia
gridi però non ti lasci vedere.
Cerchi e non cerchi: non vuoi cacciatori
né giardinieri orgogliosi e premurosi.
Se ti s’aggrotta la voce su una lacrima
agiti tutte le foglie per confondere.
Sei una pianta non classificata.
Sì, ma fuor di metafora sei anche
la bambina che dipinge bottiglie
e manda cartoline a forma di pesce,
innamorata di musicisti e artisti
e a tratti di te stessa (ma non sempre
l’amore è ricambiato): sei la donna
nata lontano, timida nei baci
e nel meravigliarsi – così forse
un poco mi assomigli
e qualcosa capisci e capisco, però
preferisco non dire cose che già sai.
Carlo Molinaro - 2010
Avevo pensato al vecchio paragone della rosa
ma poi no: tu non è che hai il fiore
e la spina: in te fiore e spina
sono una cosa sola. Bisogna trovare
il fiore nella spina
e la spina nel fiore.
Perché in te è la spina che fa il fiore
restando spina – e il fiore fa la spina
restando fiore. Sei magra come un ragno,
hai labbra grandi come un’africana
e ginocchia spellate.
Degli occhi non so dire:
te li ho guardati, però non so dire.
Preferisco non dire cose a caso.
Come certi animali di boscaglia
gridi però non ti lasci vedere.
Cerchi e non cerchi: non vuoi cacciatori
né giardinieri orgogliosi e premurosi.
Se ti s’aggrotta la voce su una lacrima
agiti tutte le foglie per confondere.
Sei una pianta non classificata.
Sì, ma fuor di metafora sei anche
la bambina che dipinge bottiglie
e manda cartoline a forma di pesce,
innamorata di musicisti e artisti
e a tratti di te stessa (ma non sempre
l’amore è ricambiato): sei la donna
nata lontano, timida nei baci
e nel meravigliarsi – così forse
un poco mi assomigli
e qualcosa capisci e capisco, però
preferisco non dire cose che già sai.
Carlo Molinaro - 2010
LA NAUSEA, IL MAL DI DENTI, ... - Carlo Molinaro
LA NAUSEA, IL MAL DI DENTI, L’AMICIZIA, L’AMORE, IL GOL E LA NAVE CHE VA
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
un mal di denti da urlare e non dormire, che neanche servono
pastiglie e pastiglione. Però l’indomani vado
dal dentista che in un modo o nell’altro
toglie il male o toglie il dente o l’aggiusta.
Io preferisco i mali localizzati in un punto:
mali onesti, precisi. La nausea invece
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce intorbidita, nel fastidio che dà un movimento:
e i medici fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai, non hanno niente da togliere
né da aggiustare, fanno ipotesi, ti danno medicine
che non servono a niente. Con il mal di denti
sono riuscito a baciare in un giorno di neve
e a fare l’amore. Con la nausea non riesco
neppure a dire una cosa a un amico.
L’amicizia e l’amore sono una cosa che è bella
(dico «una cosa» e non «due cose» perché spesso non distinguo
amicizia da amore, ci sono sfumature differenti,
certo, ci sono, c’è il sesso, c’è un diverso
modo di abbracciare, ma è un po’ tutto mescolato,
secondo me è un po’ tutto mescolato),
l’amicizia e l’amore sono la cosa più bella, una cosa
che sta all’opposto della nausea, vediamo se riesco a spiegare,
non sta all’opposto del mal di denti,
sta all’opposto della nausea, perché come la nausea
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce illimpidita, nella gioia che dà un movimento:
e i sapienti fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai.
Helen dice che quei pochi minuti che mi è stata intorno
dovrebbero bastarmi a sapere come sorride.
Le chiederò se lei sa come sorrido io. Io no,
non sono sicuro di sapere come sorride Helen:
i pochi minuti vengono spesso sopravvalutati
e ci facciamo le nostre immaginate – io per primo:
per i pochi minuti che mi è stata intorno Eva
sono convinto di sapere moltissimo di lei:
la sposerei, sulla base di ciò che credo di sapere
per i pochi minuti che mi è stata intorno, Eva.
E lo credo davvero, non c’è niente da fare.
Bisognerebbe invece stare molto attenti
ai pochi minuti, a questo sopravvalutare
la conoscenza di tre sguardi, cinque gesti e quindici parole.
Pensare che nelle vere storie d’amore d’amicizia
si va avanti per anni e si scava uno nell’altro
con affettuosa attenzione, con profondità,
eppure dopo anni si scopre che c’è molto
di sconosciuto ancora – lo notavamo giorni fa
io e una donna che ci amiamo a lungo.
Ma certo è sempre complicato perché
l’amicizia-amore non abita in un punto
(è l’opposto della nausea, non del mal di denti)
e quindi è una cosa che ne vedi delle parti
un po’ dappertutto, magari becchi dell’essenziale
il primo giorno, magari dopo un secolo,
e poi trovi dell’altro essenziale che è più essenziale ancora,
è tutto un andare avanti così.
Helen pensa che io dopo pochi minuti dovrei sapere
come sorride lei, io penso che dopo pochi minuti
so i pensieri più profondi di Eva, come ride e come piange,
io e la donna che a lungo ci amiamo
sappiamo di sapere di noi una parte ma non tutto,
è tutto un sapere o un pensare di sapere,
un andare dappertutto perché l’amicizia-amore
è dappertutto, è l’opposto della nausea,
e infatti quando manca l’amicizia-amore
trionfa la nausea: così almeno accade a me.
Che cosa sia l’opposto del mal di denti
adesso non saprei: forse quelle gioie precise
ma un po’ limitate, molto ben delimitate,
tipo un gol allo stadio della squadra del cuore,
che se uno è un tifoso è un godere, mica no,
ma poi già sul tram verso casa si toglie,
si toglie come un dente. Comunque questo
non ha molta importanza.
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
ma piuttosto che un gol allo stadio preferisco
il complicato amore che non so dove abita, non so
quanto è dentro e quanto è fuori, dove prende,
che onde fa, come sale e come scende: ma che è così bello
che accetto ogni beccheggio e ogni rollìo nel mentre che
– per concludere con una figata di metafora classica –
passa la nave mia per mare procelloso
compiendo il viaggio suo
breve e meraviglioso.
Carlo Molinaro - 2010
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
un mal di denti da urlare e non dormire, che neanche servono
pastiglie e pastiglione. Però l’indomani vado
dal dentista che in un modo o nell’altro
toglie il male o toglie il dente o l’aggiusta.
Io preferisco i mali localizzati in un punto:
mali onesti, precisi. La nausea invece
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce intorbidita, nel fastidio che dà un movimento:
e i medici fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai, non hanno niente da togliere
né da aggiustare, fanno ipotesi, ti danno medicine
che non servono a niente. Con il mal di denti
sono riuscito a baciare in un giorno di neve
e a fare l’amore. Con la nausea non riesco
neppure a dire una cosa a un amico.
L’amicizia e l’amore sono una cosa che è bella
(dico «una cosa» e non «due cose» perché spesso non distinguo
amicizia da amore, ci sono sfumature differenti,
certo, ci sono, c’è il sesso, c’è un diverso
modo di abbracciare, ma è un po’ tutto mescolato,
secondo me è un po’ tutto mescolato),
l’amicizia e l’amore sono la cosa più bella, una cosa
che sta all’opposto della nausea, vediamo se riesco a spiegare,
non sta all’opposto del mal di denti,
sta all’opposto della nausea, perché come la nausea
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce illimpidita, nella gioia che dà un movimento:
e i sapienti fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai.
Helen dice che quei pochi minuti che mi è stata intorno
dovrebbero bastarmi a sapere come sorride.
Le chiederò se lei sa come sorrido io. Io no,
non sono sicuro di sapere come sorride Helen:
i pochi minuti vengono spesso sopravvalutati
e ci facciamo le nostre immaginate – io per primo:
per i pochi minuti che mi è stata intorno Eva
sono convinto di sapere moltissimo di lei:
la sposerei, sulla base di ciò che credo di sapere
per i pochi minuti che mi è stata intorno, Eva.
E lo credo davvero, non c’è niente da fare.
Bisognerebbe invece stare molto attenti
ai pochi minuti, a questo sopravvalutare
la conoscenza di tre sguardi, cinque gesti e quindici parole.
Pensare che nelle vere storie d’amore d’amicizia
si va avanti per anni e si scava uno nell’altro
con affettuosa attenzione, con profondità,
eppure dopo anni si scopre che c’è molto
di sconosciuto ancora – lo notavamo giorni fa
io e una donna che ci amiamo a lungo.
Ma certo è sempre complicato perché
l’amicizia-amore non abita in un punto
(è l’opposto della nausea, non del mal di denti)
e quindi è una cosa che ne vedi delle parti
un po’ dappertutto, magari becchi dell’essenziale
il primo giorno, magari dopo un secolo,
e poi trovi dell’altro essenziale che è più essenziale ancora,
è tutto un andare avanti così.
Helen pensa che io dopo pochi minuti dovrei sapere
come sorride lei, io penso che dopo pochi minuti
so i pensieri più profondi di Eva, come ride e come piange,
io e la donna che a lungo ci amiamo
sappiamo di sapere di noi una parte ma non tutto,
è tutto un sapere o un pensare di sapere,
un andare dappertutto perché l’amicizia-amore
è dappertutto, è l’opposto della nausea,
e infatti quando manca l’amicizia-amore
trionfa la nausea: così almeno accade a me.
Che cosa sia l’opposto del mal di denti
adesso non saprei: forse quelle gioie precise
ma un po’ limitate, molto ben delimitate,
tipo un gol allo stadio della squadra del cuore,
che se uno è un tifoso è un godere, mica no,
ma poi già sul tram verso casa si toglie,
si toglie come un dente. Comunque questo
non ha molta importanza.
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
ma piuttosto che un gol allo stadio preferisco
il complicato amore che non so dove abita, non so
quanto è dentro e quanto è fuori, dove prende,
che onde fa, come sale e come scende: ma che è così bello
che accetto ogni beccheggio e ogni rollìo nel mentre che
– per concludere con una figata di metafora classica –
passa la nave mia per mare procelloso
compiendo il viaggio suo
breve e meraviglioso.
Carlo Molinaro - 2010
Pronomi Indefiniti - Carlo Molinaro
a H.
Ti guardavo ieri al concerto di Federico,
le tue braccia sottili,
la dolcezza che in te è una traccia non svolta,
l'amarezza che è una nota a piè di pagina,
le i su cui mettere tutti i puntini,
i puntini con puntiglio, tranne
se lo decidi tu. Sei una frase
che sembra aperta ma rimane in sospeso,
chiude spirali intorno a pronomi
indefiniti.
Così anche le foto, le innumerevoli
foto che scatti a te stessa, sono
dure come un'offerta difficile,
di quelle che le perdi se stai troppo a pensarci.
Carlo Molinaro - 2010
Ti guardavo ieri al concerto di Federico,
le tue braccia sottili,
la dolcezza che in te è una traccia non svolta,
l'amarezza che è una nota a piè di pagina,
le i su cui mettere tutti i puntini,
i puntini con puntiglio, tranne
se lo decidi tu. Sei una frase
che sembra aperta ma rimane in sospeso,
chiude spirali intorno a pronomi
indefiniti.
Così anche le foto, le innumerevoli
foto che scatti a te stessa, sono
dure come un'offerta difficile,
di quelle che le perdi se stai troppo a pensarci.
Carlo Molinaro - 2010
Schiaffeggiami di baci, baby
"T'è rimasto dell'umido agli angoli della bocca"
t'ha detto il mio tono sfuggente.
Non mi hai guardata e,
confrontandoti con le tue buone ragioni,
hai creduto al mio solito delirio. Poi, uscendo, hai guardato lo specchio. Lui era sporco.
Ti sei andato a lavare il viso. Lo specchio è rimasto sporco.
Tu, candido sei ri-uscito, in un modo o nell'altro, a bocca asciutta.
"Io non t'avevo baciato", ho detto appoggiando Malizia
sul ring della mia disarmonia dalle tue occhiaie.
All'angolo i previdenti suggerimenti di utilizzare amore
non più come suggestione.
Sono segnali di attenzione che capitano sugli occhi neanche fossero moscerini alla luce.
Tu hai fatto finta di niente e di nuovo non ho potuto darti torto.
Pizzico le corde del tuo silenzio
e non so mettere le dita sulla tua anima come da accordi.
Non mi laverò nemmeno la testa prima d'un'ora, mi sono detta allora. Bisogna che io rimetta
a scrivere
l'animo abbarbicato sul muretto del mio castello;
il secchiello sentinella già gli dà la spalla.
Mi costruisco tutto da sola e spesso in testa:
non posso asciugarla e prosciugarla insieme, io.
Facciamo come una scena al replay:
io vado indietro coi passi e torno seduta sul materasso,
t'affacci tu in stanza
e mi chiedi qualcosa
senza volere niente di me.
T'avvicini, t'avvicini.
Io ti cingo di braccia la pancia e m'appoggio a riposare la mente svegliata
di poco.
Io che quando apro gli occhi non parlo per 47-48 minuti, tranne che con mia figlia.
Io che sveglio con me l'indigesto imbronciarsi d'ogni mattina
e se vuoi vedermi sorridere in quell'ora devi giocare in totip.
Io ti cingo d'abbraccio e m'appoggio alla tua abbondanza
senza dirti neanche adesso che d'affetto so che me ne trasmetti tanto.
E tu per una volta senza per questo pettinarmi in capo
mi carezzi tutte quelle mie frasi che suonano clacson
tra il mio credere a tutto sgangherata
ed il vagabondare disperatamente attratta da banali presagi di pezzi da ricompormi addosso
trovati per strada, scoperti nelle loro nudità
chè d'arte si deve pur parlare prima o poi.
E di me che ti cingo potrebbero farne gli artisti soli il solito dipinto che non saprei colorare bene.
E di te che mi pettini le idee folli che mi trafficano dentro, sarebbe più fantasioso disegno.
Il diario di viaggio è dentro alla borsa dove mi han cercata altri,
al telefono di mattina può chiamarmi solo Ric,
ma tu sei qui e di leggermi tra le righe non t'importa
e del telefono figurarsi
e d'altra parte io ho finito per pensare di capire
che cercarti dove so esattamente che non ci sei, è poco utile.
Ho dato colazione alle mie aspettative a disarmarmi
con la solita arma avversaria in cuore
e ti ho forse chiesto il primo "per favore"
senza pretendere che fossi tu a sapere
che voglio solo
adesso
qui
che mi schiaffeggi un po' di baci
prima d'andare a lavorare.
(10.21 del 30agosto2010)
t'ha detto il mio tono sfuggente.
Non mi hai guardata e,
confrontandoti con le tue buone ragioni,
hai creduto al mio solito delirio. Poi, uscendo, hai guardato lo specchio. Lui era sporco.
Ti sei andato a lavare il viso. Lo specchio è rimasto sporco.
Tu, candido sei ri-uscito, in un modo o nell'altro, a bocca asciutta.
"Io non t'avevo baciato", ho detto appoggiando Malizia
sul ring della mia disarmonia dalle tue occhiaie.
All'angolo i previdenti suggerimenti di utilizzare amore
non più come suggestione.
Sono segnali di attenzione che capitano sugli occhi neanche fossero moscerini alla luce.
Tu hai fatto finta di niente e di nuovo non ho potuto darti torto.
Pizzico le corde del tuo silenzio
e non so mettere le dita sulla tua anima come da accordi.
Non mi laverò nemmeno la testa prima d'un'ora, mi sono detta allora. Bisogna che io rimetta
a scrivere
l'animo abbarbicato sul muretto del mio castello;
il secchiello sentinella già gli dà la spalla.
Mi costruisco tutto da sola e spesso in testa:
non posso asciugarla e prosciugarla insieme, io.
Facciamo come una scena al replay:
io vado indietro coi passi e torno seduta sul materasso,
t'affacci tu in stanza
e mi chiedi qualcosa
senza volere niente di me.
T'avvicini, t'avvicini.
Io ti cingo di braccia la pancia e m'appoggio a riposare la mente svegliata
di poco.
Io che quando apro gli occhi non parlo per 47-48 minuti, tranne che con mia figlia.
Io che sveglio con me l'indigesto imbronciarsi d'ogni mattina
e se vuoi vedermi sorridere in quell'ora devi giocare in totip.
Io ti cingo d'abbraccio e m'appoggio alla tua abbondanza
senza dirti neanche adesso che d'affetto so che me ne trasmetti tanto.
E tu per una volta senza per questo pettinarmi in capo
mi carezzi tutte quelle mie frasi che suonano clacson
tra il mio credere a tutto sgangherata
ed il vagabondare disperatamente attratta da banali presagi di pezzi da ricompormi addosso
trovati per strada, scoperti nelle loro nudità
chè d'arte si deve pur parlare prima o poi.
E di me che ti cingo potrebbero farne gli artisti soli il solito dipinto che non saprei colorare bene.
E di te che mi pettini le idee folli che mi trafficano dentro, sarebbe più fantasioso disegno.
Il diario di viaggio è dentro alla borsa dove mi han cercata altri,
al telefono di mattina può chiamarmi solo Ric,
ma tu sei qui e di leggermi tra le righe non t'importa
e del telefono figurarsi
e d'altra parte io ho finito per pensare di capire
che cercarti dove so esattamente che non ci sei, è poco utile.
Ho dato colazione alle mie aspettative a disarmarmi
con la solita arma avversaria in cuore
e ti ho forse chiesto il primo "per favore"
senza pretendere che fossi tu a sapere
che voglio solo
adesso
qui
che mi schiaffeggi un po' di baci
prima d'andare a lavorare.
(10.21 del 30agosto2010)
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Primiera
Non lo sai, ma durerà poco.
Con la noia nelle orecchie non ci riesco a stare.
Ripartirò
anche se non s'è fatto giorno,
piuttosto sola,
con le mie tre valigie di sogni abusati
e un cappello in testa per quando il sole scotta e tocca
rifugiare gli istinti in un boccale di vodka con ghiaccio
per far respirare a dovere l'anima.
Ho intenzione di aprire già gli occhi;
invece sono accartocciati di sonno e di nostalgie sfatte
come lenzuola su cui s'è fatto l'amore,
quelle nostalgie finite delle mie mura ritrovate tutto sommato presto
e delle metodiche c'ho inventato io
e consolidato nel tempo.
Ho smosso i pensieri come fa il mare pettinando i suoi ricci
quando tocca la sabbia umida di fresco
e sembra cattivo solo se lo guardi da distante.
E ho sequestrato la penna all'orgoglio del sapermi fermare
nell'unico modo, poi, in cui sono capace
e t'ho abbracciato stretta per riprendermi un po' tutti gli odori di casa,
compreso il tuo.
Ho lasciato perdere il rubinetto dello stomaco:
sputava sangue e sudore da ricordare per forza.
Avessi fatto in tempo a circondarti per davvero,
prima che decidessi tu di scappare,
forse a quest'ora avrei meno da dire.
Mi sono giocata speranze e sottintesi
in un torneo di scopa che non si decide a concedermi mai la fortuna d'ori e premiere.
Ebbene ora eccomi:
sono scesa dal viale dei pensieri roventi arrovellati fra rovi di
more che non maturano mai.
Ora sono semplicemente a letto nel nostro letto;
sono trascorsi giorni di brezze sottili
che hanno accarezzato solo me come brave braccia di uomini di cui non provi gelosie,
con cui continuerò a tradirti sempre piena di sfacciataggine,
ma sono tornata.
E sono pronta a vivermi tutto il colore di questo cielo terso da appanicarti e
il frusciare continuo e non certo intenso delle auto che scorrono
per arterie senza senso
di sensazioni da rincorrere
come fecero di me i rametti senza pigne
suicidandosi
saltando giù da alberi di lungomare.
(lunedì 30 agosto alle 08h55)
Con la noia nelle orecchie non ci riesco a stare.
Ripartirò
anche se non s'è fatto giorno,
piuttosto sola,
con le mie tre valigie di sogni abusati
e un cappello in testa per quando il sole scotta e tocca
rifugiare gli istinti in un boccale di vodka con ghiaccio
per far respirare a dovere l'anima.
Ho intenzione di aprire già gli occhi;
invece sono accartocciati di sonno e di nostalgie sfatte
come lenzuola su cui s'è fatto l'amore,
quelle nostalgie finite delle mie mura ritrovate tutto sommato presto
e delle metodiche c'ho inventato io
e consolidato nel tempo.
Ho smosso i pensieri come fa il mare pettinando i suoi ricci
quando tocca la sabbia umida di fresco
e sembra cattivo solo se lo guardi da distante.
E ho sequestrato la penna all'orgoglio del sapermi fermare
nell'unico modo, poi, in cui sono capace
e t'ho abbracciato stretta per riprendermi un po' tutti gli odori di casa,
compreso il tuo.
Ho lasciato perdere il rubinetto dello stomaco:
sputava sangue e sudore da ricordare per forza.
Avessi fatto in tempo a circondarti per davvero,
prima che decidessi tu di scappare,
forse a quest'ora avrei meno da dire.
Mi sono giocata speranze e sottintesi
in un torneo di scopa che non si decide a concedermi mai la fortuna d'ori e premiere.
Ebbene ora eccomi:
sono scesa dal viale dei pensieri roventi arrovellati fra rovi di
more che non maturano mai.
Ora sono semplicemente a letto nel nostro letto;
sono trascorsi giorni di brezze sottili
che hanno accarezzato solo me come brave braccia di uomini di cui non provi gelosie,
con cui continuerò a tradirti sempre piena di sfacciataggine,
ma sono tornata.
E sono pronta a vivermi tutto il colore di questo cielo terso da appanicarti e
il frusciare continuo e non certo intenso delle auto che scorrono
per arterie senza senso
di sensazioni da rincorrere
come fecero di me i rametti senza pigne
suicidandosi
saltando giù da alberi di lungomare.
(lunedì 30 agosto alle 08h55)
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Prendi una stella - Le lettere nascono anche un po' così
Pensavo ti fossi lasciato con lei visto che, ad ogni mio accenno, dicevi che era un tasto dolente parlarne e visto che te l'eri presa quando al tuo 'non è piu tempo di discussioni' avevo risposto 'bene', leggendola in positivo.
Quando ho saputo che non era cosi m'è preso un mezzo dispiacere, per assurdo, perchè ho capito ulteriormente che eri tornato a pensare a noi proprio solo ed esclusivamente perchè ti manca il sesso con me (per quanto sia portata a pensare che in questo con la tua fidanzata vada bene visto che sei cosi innamorato di lei e che credo il sesso sia una parte importante di un rapporto) e nient'altro. Come sai, ricordo e ho condiviso insieme a te quell'alchimia, ma ho sbagliato sensazioni nell'averci visti entrambi anche in altre cose e questo m'infastidisce.
Da un diverso punto di vista sono stata ben contenta, invece, del ricevere la conferma che state ancora insieme: sia perchè ho cosi preso coscienza che stai ancora bene con la tipa che ti mancava e ritenevi/ritieni molto importante tanto da essere stato distante dopo che avevi condiviso quel tempo, a marzo, con me; sia perchè per qualche attimo mi è balenato per la testa che l'impressione che ho io, da esterna e sapendone tutto sommato molto poco, del rapporto che vivi, è quella di una specie di bagaglio che non riesci a scrollarti di dosso e che dunque l'idea che ci fossi riuscito mi portava a vederti come una persona più coraggiosa di quella che in alcuni momenti ho visto; sia perchè cosi l'aver dovuto rifiutare le possibilità di rivederci che mi hai proposto ultimamente mi dà la sensazione di non essermi persa 'tutto' quel che magari potevo pensare di essermi persa.
Nei giorni in cui pensavo ad un nostro eventuale re-incontro e in cui ci siamo risentiti un po' di più ho avuto due sensazioni contrastanti. La prima: che molta della complicità originaria (quella dell'sms da via Caetani e della serata in radio piuttosto che di altre piccole cose "insignificanti" ) fosse sparita. La seconda: un senso di nostalgia verso quelle cose che a mio avviso fanno parte di te che a me piacciono e che un po' sottilmente stavano facendo risentire che in fondo ci sono anche se tu sei concentrato su altro.
So che queste parole possono essere quasi sicuramente fraintese, interpretate come permeate di qualcosa di diverso da ciò che dà loro vita o possono, più facilmente ancora, passare in mezzo a una nebbia d'indifferenza totale. Te le dico lo stesso non so nemmeno bene perchè.
Hai significato, pur brevemente, una sfumatura importante per me perchè per qualche frangente mi hai portata a sentire come possibile qualcosa che normalmente la realtà tende a cercare di farmi credere illusorio. Mi hai ricordato il rapporto con una persona che per me è tutt'ora importantissima e che tre anni fa mi sconvolse la vita. Tra noi, in qualche tempo, ho percepito uno scambio di qualcosa di più simile ad un rapporto-come lo intendo io rispetto a quello che vivo, per quanto abbia io sempre scisso il primo dal secondo. Con te ho vissuto dei momenti, alcuni virtuali, altri durante quel tempo insieme, in cui tra noi c'è stata una maturità diversa di fronte alle cose rispetto a quella che sono abituata ad affrontare, una complicità ed un confronto vivi, ch'appassionano, con una persona non per forza simile a me caratterialmente, ma con cui ci si potesse appunto scambiare qualcosa mischiandosi pezzi. E mi è sembrato che di pezzi, di me, non dico ne avessi capiti, ma ne avessi percepiti, sfiorati, te ne fossero arrivati, più d'uno. Ed allora diventa condivisione e senso di rassicurante e rasserenante, perfino felice, comprensione rispetto invece alla compressione che magari pare di vivere in molte altre situazioni di vita; libertà di essere se stessi, insieme.
Inizialmente potevano essere sensazioni solo superficiali ed appunto virtuali, quando siamo stati più vicino sono state confermate e amplificate e anche per questo il tempo insieme per me è stato bello. Su alcune di queste cose ho cambiato poi abbastanza opinione, quando sei ripartito, un giorno in cui mi hai detto alcune cose o più recentemente, ma un po' questo sentore generale ed in certi aspetti o ricordi molto preciso rimane tutt'oggi a legarmi ancora, talvolta, al tuo pensiero.
Probabilmente sono cose che vanno vissute così, sul momento, come luci che illuminano un po' la strada e che poi si spengono quando fa giorno, ma rimangono lì, a ricordare, un po' confuse nel resto, che è bello quando riesci a incontrarle e vederle.
D'altra parte sono romantiche e pericolose insieme anche le stelle e, quando ci punti su gli occhi, come incroci di solitudini sembrano svanire e lampeggiare a seconda dell'attimo e dalla posizione in cui ti metti a sbirciare che fanno. D'altra parte anche le stelle, però, non si possono acchiappare.
Scusa lo sproloquio, ciao.
h.n.
28/7/2010
12.34
La ragazza della sceneggiatura
Seduta sul divano accanto a me
mi racconta la sua sceneggiatura
o la sua vita: è impreciso il confine
tra sogno memoria invenzione e realtà:
è tutto vero mentre lo racconta
e soprattutto
rimane vero dopo raccontato.
Le nostre spalle, le nostre braccia distano
qualche centimetro: se lei s’avvicina
sento un calore come quando sfiori
un ferro acceso: avverti il pericolo
di ustionarti, se il gesto non è attento,
se non è misurato. E mi accorgo
che mi allontano, sorprendentemente
– seppur di poco – mi allontano, mantengo
quei centimetri, scivolando più in qua.
È una precisa sensazione fisica:
non è dentro la testa, è sulla pelle.
Poi però, mescolando fogli di appunti
scarabocchiati e disegni e libri aperti,
le nostre braccia aderiscono così
come se non avessero voluto
e non c’è più quel calore violento:
il contatto non brucia, ma nemmeno
è tiepido, né freddo – non c’è differenza
di temperatura percettibile, quasi
non si sa di toccarsi.
Allora anch’io le racconto qualcosa
della mia vita.
Carlo Molinaro
mi racconta la sua sceneggiatura
o la sua vita: è impreciso il confine
tra sogno memoria invenzione e realtà:
è tutto vero mentre lo racconta
e soprattutto
rimane vero dopo raccontato.
Le nostre spalle, le nostre braccia distano
qualche centimetro: se lei s’avvicina
sento un calore come quando sfiori
un ferro acceso: avverti il pericolo
di ustionarti, se il gesto non è attento,
se non è misurato. E mi accorgo
che mi allontano, sorprendentemente
– seppur di poco – mi allontano, mantengo
quei centimetri, scivolando più in qua.
È una precisa sensazione fisica:
non è dentro la testa, è sulla pelle.
Poi però, mescolando fogli di appunti
scarabocchiati e disegni e libri aperti,
le nostre braccia aderiscono così
come se non avessero voluto
e non c’è più quel calore violento:
il contatto non brucia, ma nemmeno
è tiepido, né freddo – non c’è differenza
di temperatura percettibile, quasi
non si sa di toccarsi.
Allora anch’io le racconto qualcosa
della mia vita.
Carlo Molinaro
In ogni caso casa
Solo lui, mamma ed io in casa e papà continuava a pormi domande su mia sorella per sapere con chi fosse uscita quella sera, che posti frequentasse e quali pensieri avesse in testa in quel periodo. Usciva con un ragazzetto conosciuto a scuola, ma a lui non bastava sapere questo. E poi anche di mio fratello voleva che spifferassi ogni cosa, convinto poi che io dovessi sicuramente esserne a conoscenza.
Mi rifiutavo di dire più di qualche parola di rassicurazione e lui continuava ad insistere.
Mamma aveva cercato d'intervenire, ma lui proseguiva imperterrito e nemmeno per una reale preoccupazione, ma spinto da quella curiosità morbosa e un po' folle che da qualche tempo gli si era poggiata sugli occhi, nelle mani nervose con cui arrancava nello spiegarsi e sembrava palleggiarsela tra le dita senza sapere che farne egli stesso, nei suoi movimenti mentre passeggiava su e giù per le stanze.
Non avevamo, lui ed io, un rapporto sereno e di stima da un po' di tempo.
Prese ad assumere un atteggiamento ruffiano convinto di ottenere di più.
Cercai sfogo con mamma e lui impedì qualsiasi reale confronto così preso da se stesso e dalle sue manie.
Obbligò un momento che non volevo vivere in cui dovetti assistere alle sue dichiarazioni d'affetto nelle quali comunque non riuscivo a credere più e faceva come se non se ne rendesse conto. Mi facevano male, lo vide, ma lui aveva deciso che doveva finalmente dirmi i suoi sentimenti e dunque anche che io dovessi aver voglia di starlo a sentire. Iniziai a piangere e gli ripetevo di smetterla, ma pensò educativo e giusto continuare. Mi chiedeva allora se sapevo che mi voleva bene e mentre me lo ripeteva prese pure a poggiarmi qualche carezza crudelmente tenera ed illusoriamente paterna sui capelli. Ad ognuna sentivo un fastidio all'altezza del collo, dietro, sulla nuca e come un senso di solletico ad intensificarsi via via divenendo dolente.
Aggiunse quindi un suo sfogo, con nello sguardo un'insana allegria mista a delirio e declamò, come motivassero i comportamenti avuti negli anni, che era gay, sì, gay e finalmente poteva confessarlo; che il periodo della P2, delle stragi, del governo Andreotti, non c'eran cazzi, gli era rimasto addosso e aveva determinato pesanti ripercussioni sul suo essere e, ancora, che oggi, invece, i videogiochi gli avevano rivoluzionato la vita e riusciva ad essere se stesso. Ero impressionata e allo stesso tempo impassibile di fronte a quel parossistico vaneggiamento di cui non m'interessava, non vedevo senso e correlazioni, logica. E non percepii nulla di ciò che continuava ad elencare come giustificatorio delle sue assenze e, prima, delle sue ansietà pesanti.
Casa era quella della mia infanzia ed io nella mia poltrona-letto con alle spalle la finestra aspettavo il rientro dei miei fratelli o un imprevisto qualsiasi che riportassero insieme ad un vago equilibrio anche la serenità cui quel pomeriggio avevo invano ambito.
Questa notte è per te
Il capo aveva sbagliato i conti, ma di fronte ai due allegati che gli avevo presentato nella cartellina della pratica, lasciatagli sulla scrivania, che lo testimoniavano, l'aveva finalmente ammesso. Ne avevamo sorriso ed io lo avevo baciato salendogli in braccio su quella poltrona da ufficio con le rotelle che ci facevano essere instabili. Lui al lavoro preferiva di no per via dell'ampia vetrata di fronte alla scrivania per cui avremmo potuto dare scandalo.
Gli ho sussurrato maliziosamente che, quella sera, prima della cena fuori già organizzata con la famiglia, mia sorella ed io saremmo passate da casa a cambiarci, lasciandogli prefigurare il progetto di una notte incandescente, lui ed io soli, nella casa in collina.
A casa di nonno c'erano tutti: mamma, il suo convivente, mio fratello e pure zii e mia cugina ed ovviamente il padrone di casa.
Mia sorella ci mise un po' a confidarmi perchè si fosse ostinata nell'improvvisa decisione di non venire più a mangiare una pizza fuori e mi consegnò un foglietto con strane indicazioni appuntate e immediatamente di seguito disse, convinta, che ora sapeva perchè non poteva rimanere incinta come avrebbe voluto e la responsabilità la adduceva ad un mago dalle cui volontà non avrebbe potuto nè voluto prescindere perchè era divenuto il suo dio. Non voleva lo sapesse nessun altro perchè aveva timore che nessuno in famiglia le avrebbe creduto. Io intanto stavo cercando un abito dentro alla credenza e la convinsi poi, tutto sommato facilmente, a venire ugualmente a cena fuori con noi.
Proprio allora arrivarono tutti gli altri nella stanza e non feci dunque in tempo a concentrarmi su come affrontare un discorso più profondo con lei su ciò di cui mi aveva appena messa a conoscenza. Mi resi conto invece di avere ostacoli anche in un tentativo di comunicazione con mia madre fosse pure inizialmente fatta di sguardi o accenni circa una necessaria conversazione da rimandare, che la mettesse comunque fin d'ora in allerta e mi portasse anche il suo aiuto, dunque, nel trovare il momento ed il contesto adatti. E queste difficoltà erano causate sia da problemi di coscienza rispetto alla fiducia che mia sorella aveva appena riposto in me investendomi di responsabilità e sia per la confusione venutasi a creare in casa. Decisi che si faceva obbligata la scelta di occuparmene successivamente, almeno dopo cena, ma intanto mi dissero che essa era stata annullata in quanto non si era più tutti concordi con il programma da giorni eppur condiviso. Insistendo per sapere chi fosse a non essere d'accordo, ottenni un nome, sconosciuto ed immediatamente dimenticato e mi dissero che il suo portatore si trovava in quel momento in bagno.
Unicamente mio fratello aveva protestato per la decisione di far fallire l'appuntamento della serata in pizzeria tutti insieme, ma dai parenti era stato etichettato come scorbutico e, anche con lui, erano poi giunti all'accordo con l'idea di un gelato insieme, da prendersi lasciando tempo a lui d'andare ad ordinare una pizza d'asporto per sè.
Mi avvicinai al bagno e la porta era spalancata e la luce di dentro accesa e davanti al lavandino, intento ad aggiustarsi i capelli dalle punte che toccavano le spalle, un tipo molto alto, mai visto prima, e vestito da folletto. Di fronte allo specchio si pettinava con le mani che dopo ogni tocco risciacquava per averle umide e riprocedere con quell'attenzione rimastagli solo più negli occhi. Non si voltò verso di me. Con lui una ragazza dai lunghi rossi capelli ricci, anch'ella venuta da chissà dove, che sembrava conoscerlo bene e gli teneva compagnia chiacchierando. Anche lei non sembrò curarsi di me. Più che apparirmi buffi, mi lasciarono di stucco, ma ebbi comunque la prontezza di recuperare il discorso che m'ero ripromessa di fare e dunque esordii "scusa, tu, ma non è giusto che tutti non si vada alla cena di pasqua perchè solo tu non ne hai voglia!". A differenza di quanto m'avevan prospettato gli altri riguardo ad una sua improbabile disponibilità al dialogo, lui rispose che riteneva la mia rimostranza giusta e, senza enfasi nè far l'offeso e neppure con troppo distacco, ci anticipò che aveva intenzione d'andar intanto altrove. S'incamminò allora nel corridoio e prese l'uscio. Con lui la rossa che, un po' costernata e con tono capriccioso, rivelò, ormai già sull'ascensore, che preferiva seguirlo. Non mi sorse raccapriccio, ma lo sbigottimento a quel punto divenne vicino ad esser totale.
Non avevo cambiato vestito, ero rimasta con addosso una sensazione mista tra scetticismo e preoccupazione, stupita eppur senza risposta, come altrettanto me ne aveva suscitati l'appunto di mia sorella che frattanto ancora rigiravo tra le dita come mia abitudine con qualsiasi foglietto consapevolmente nelle tasche e che avevo test'è ridefinito come chiara prova della difficoltà di lei nell'accettare la realtà. ...di lei?..realtà?...
No, non cambiai affatto abito per la cena di pasqua: la prima promessa della mia giornata l'avevo così data in pasto a supposizioni confuse eppur lente a muoversi dalla mia testa come squali non ancora trovata la preda da sbranare.
E con mia sorella ci ritrovammo vestite uguali e tutti così dissero che sembravamo la stessa persona, come durante la nostra infanzia ci era stato assiduamente ripetuto in casi analoghi. Ed aggiunsero pure sorrisi soddisfatti e serenamente compiaciuti.
La pizzeria aveva di fronte all'ingresso un grande cortile ricoperto di ghiaietta bianca e grigia. Un tassello senza mosaico di quello sterrato pietroso mi si infilò, tutto avorio, nella scarpa da ginnastica e s'andò a impegolare sotto la pianta del piede.
Il cameriere venne fuori in quel momento e ci fece scorrere subito oltre l'ingresso: aveva finalmente trovato i posti per noi e si scusò, ma disse "siete in tanti!" con vaga contentezza o forse solo nascosto da professionale cortesia, ma in ogni caso rapido, toccandoci uno ad uno come per ricontarci ancora una volta, ci avviò dentro la sala in cui sui tavolini ed in taluni casi sotto a gomiti, bracci, polsi e piatti, risplendevano tovaglie bordeaux tutt'uguali con i loro orli dorati.
Nell'attesa dei menù, seduti infine in tre attorno a piccoli rotondi tavolini da due, avvicinati uno accanto all'altro come a formare una fila su di un lato della pizzeria, accanto al muro, non ci fu tempo per dirsi nulla più di banali reciproci inviti a guardare là un quadro curioso su una parete, qui un tovagliolo sulla tavola arricciato in modo fantasioso in corrispondenza del posto d'ognuno e presto accompagnato sulle ginocchia.
Poi tutti furono immediamente intenti a scambiarsi brevi commenti sui propri gusti, con gli occhi puntati sui libretti bianchi di cui sfogliare le pagine e a me venne improvvisamente incontro un antipatico senso d'insofferenza come fossi io, ancora una volta, a ritrovare i miei sentimenti distanti da quelli degli altri, percependo l'incapacità del comprendermi dentro a quei ritratti di visi rilassati e divertiti da cose per me di poco conto, di faticoso disinteresse. Volti, quelli, invece assolti dalla condanna di arrovellarsi su particolari per loro insignificanti, dettagli incondizionanti, di fronte ai quali preferire il farsi assorbire dalla piacevole e serafica apatia d'un non sapere anzichè dalla curiosità d'approfondire ed interessarsi, guardarsi attorno, con la testa cercare altro.
Il sassolino nella scarpa disse la sua e mi ritrovai il pensiero perso tra garbugli di sensazioni accennate appena e come infilate nello shacker della mia mente e presumibilmente pure lo sguardo si fece più in là, solo di poco, nella ghiaia d'uno spazio altrettanto ampio al cortile pochi passi accanto, con il presumibile tempio d'una religione differente al fianco, illuminato in una notte fresca come sa essere l'aria della collina torinese che sposta le stelle mentre non puoi non accorgertene sentendoti immediatamente romantico sul muretto con gli occhi all'insù e sia pure buttando a terra il cartoccio della pepsi succhiata ormai tutta dalla cannuccia; una notte calda come sa essere la collina di Superga quando risuona della musica di due chitarre, una fisarmonica, un cajon, un'armonica e un violino, forse pure il canto d'un contrabbasso o un sax di lontano.
Probabilmente anche io, dentro a quella pizzeria, davanti alla mia tovaglia bordeaux, avevo avuto per qualche manciata d'istanti gli occhi di faccia matta nel pensare ai fatti miei.
Era però intanto arrivata anche la mia "Carta" del menù "del Ristorante Sassi - Superga di Torino" e leggevo le definizioni delle pizze e delle birre scorrendo l'indice destro tra le righe, anche se già sapevo in cuor mio quali sarebbero state le mie scelte volte ad appagare la fame e la sete che lì, d'altronde, un po' c'accomunavano tutti.
9.45
21-7-2010
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Tra i tuoi fiocchi di neve e i miei fogli di te
(When you're irish eyes are smiling - Bing Crosby)
Ci baciavamo ch'era sera fatta, pure di più.
Come se fosse quasi usuale.
Era forse già capitato, una volta, prima; prima che in quella via dietro la piazza, dove i tecnici trafficavano con cavi e strumenti per smontare il palco nel vociare dei rimasti e dalla quale t'allontanavi di poco tu che con la chitarra ti pensavi di sistemare in auto.
Hanno ripreso tutto con una videocamera nera. E' stato uno. Non sono fisionomista e lui aveva il viso di telecamera in quella serie di momenti mentre io, poi, ti stavo baciando e non ci fregava molto d'altro.
Poi quell'ufficio, lì di fianco: unica lampadina accesa della via e persone dentro, intorno a una scrivania, che ti avevano conosciuto quando io non sapevo, quando io non c'ero. La ragazza poi, sicuro, l'avevi baciata in tempi remoti. Ed era ancora sola, sottile e gelosa insieme. Siamo entrati, come s'evincerebbe dal video. Sul tavolo davanti al quale eravamo seduti sopr'a seggiole nere e acciaio persone ti scambiavano dei fogli; li dovevi firmare svogliato (era doveroso così). E intanto che la stampante li sputava via noi, seduti con le nostre sensazioni in bocca di complicità e familiarità improvvisa, ci guardavamo poco ed eravamo molto vicini e scherzavamo di niente con tutti come fossimo ad una cena d'amici in cui non ti mettevi a suonare ed io non mi distraevo nello scrivere sui tovaglioli con le dita.
Poco prima avevamo deciso di partire senza dircelo, insieme, senza bagagli a parte quella chitarra ora già in auto, neanche particolarmente bella, probabilmente già scordata a causa dell'aria umida. Un'auto che non so, d'intorno era buio tranne quell'ufficio e pure la videocamera era stata buia tutto il tempo, in quella via, riuscendo a non succhiarsi nulla di quel lungo nostro bacio nella sera in cui in un certo tratto di strada eravamo stati di fronte.
Mi sono svegliata ch'è stato bello, solo mio e viaggio ora nel mio vagone d'illusioni senza guardare al finestrino e ti penso davvero forte, tu che sei partito l'altroieri e oggi sei stato, lo immagino, ancora in auto. Secondo me siete arrivati nella sua città così. E tu forse stanotte avrai baciato una diversa da me in un istante buio o in una arteria di paese o invece avrai creduto di farlo dentr'alla stanza d'albergo, lei tua per una notte, estranea abbastanza da esserti familiare e piacerti e poi ti sarai svegliato che ci pensavi o invece avrai dormito su altro.
E lui pure, chissà quanto ha saputo esser banale stanotte.
Quando sarà scuro, tra una manciata d'ore, chè oggi scivolano via di fretta, sembrerà una lampadina sola, gelosa e irriverente, sul palco da cui sputerai fuori di bocca le tue sensazioni da dire e lui per una volta non criticherà; io sarò forse tra chiacchiere amichevoli o in una cena famigliare con lo sguardo di chi è altrove e sembrerà avvolgermi una strana aura colorata, mi si spezzerà come una corda, ma ci saranno una serie di attimi in cui stasera ci ritroveremo di fronte in tre senza saper dire se si possa definire sogno e chiamare illusione.
Uno spicchio di luna vagabonda tutta per noi e i tuoi occhi si faranno piccoli come quando sai farli brillare.
15-7-2010
12.47
Guarda fuori quanta neve
si è posata sopra i rami,
è l'inverno che ha deciso:
tu non devi andare via.
Sarà meglio che ti siedi,
sarà meglio che rimani
per scaldare questo inverno
della vita mia.
Senti fuori come il vento
sta gridando il suo dolore
porta il pianto senza fine
degli spiriti del nord.
Sarà meglio che mi abbracci,
sarà meglio far l'amore
per mandare via la notte
e per scaldarci un po'.
Passeremo notti insonni
qui davanti al fuoco acceso
e poi verrà la primavera
ad accenderti il sorriso
e festeggeremo insieme
quel momento tanto atteso,
ruberò gocce di pioggia
per posartele sul viso.
Rideremo del dolore
perchè il dolore non fa male
e poi voleremo in alto:
due gabbiani sopra il mare.
Con la luce delle stelle
scriveremo il nostro nome
metteremo in tasca i sogni
e li spenderemo qua.
Rideremo della morte
perchè la morte non fa male;
fuggiremo dalla guerra,
fuggiremo il temporale
e nei giorni d'avvenire
scriveremo il nostro nome;
metteremo in tasca i sogni
e li spenderemo qua.
Guarda fuori quanta neve
si è posata sopra i rami.
E' l'inverno che ha deciso:
tu non devi andare via.
(Neve - Federico Sirianni)
martedì 15 novembre 2011
Piango in faccia
Piango. L'ho fatto spesso per te. Talvolta a lungo. Anche iniziando da possibilità diverse rispetto alla tua faccia scolpita nella mia mente con sempre meno nitidezza di giorno in là. E non se ne va.
Neanche adesso che piango; una di quelle volte ch'è a lungo e non accadeva da tanto. Una di quelle che comincia per altro.
Mi chiudo la testa nel mio abbraccio quasi sempre se piango. Non me ne vergogno: sono gelosa di lei; protettiva; la amo.
- Da quando per amarsi bisogna proteggersi? - sembri dire tu - Poi te... te che ti basti da te...
E infatti. Infatti piango, oggi, perchè mi manchi. Mi manca che tu sia geloso della mia testa e protettivo di lei. Mi manca di mancarti quando non ci sono da mesi, e mesi.
- Ma io ti vedo sempre qui - mi diresti.
E invece non mi vedi. Eppure sono spesso o talvolta una sfacciata e mi metto al centro dell'attenzione prima che della scena. In teatro si dice che anche al centro del palco, se stai immobile, dalle sedie si recepirà chiaro come l'azione vera si stia svolgendo altrove. Invece no. State a guardare gente immobile, scene ferme da anni, ed io che vigilo con i miei segnali stradali sotto braccio e sul capo, resto nella mia ombra affezionata. Sono protettiva pure di lei anche se è libera di non cucirmisi addosso.
Piango, a lungo, anche per te e non alzo la testa perchè tanto s'è scossa al punto da aver paura che tu ci sia.
Se la alzassi, magari scoprirei che questa mano che m'accarezza non è di un lui, ma tua e che sei dunque qui come per magia di quelle dei film, che creo. Magari solo perchè penso che mi stai immaginando e non piango nei tuoi disegni, in quelli mai, perchè non ti domandi come sto: che son forte lo sai.
Berrei più d'un caffè con chi mi vede fragile, è per questo che scappate. Siete pochi e aver la forza di mettere le proprie debolezze in faccia al mondo e a sè è da ancor meno. Non da te che non sai come prendermi, non sai dirmi "basta" e alzarmi sostenendo il mio peso, non sai.
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Sylvia
Sogni a metà
"Chiedermi di scriverti una lettera non è previsto. Le lettere chiedono loro di essere scritte quando è tempo. Visto che però tu e questo foglio mi avete posto la stessa richiesta coincidentalmente e che mi sei simpatico vedrò di accontentare un po' tutti. Primo il mio bisogno.."
Non era un bisogno e, in cerca della parola corretta, avevo finito per accartocciare la lettera in una delle tante palline di carta ad accumularsi come sul tavolo di qualsiasi buon film in cui un personaggio s'impegna a scrivere qualcosa.
Forse non avevo neanche voglia d'epistole e d'amore e non perchè non provassi una vera e propria esigenza di sentire lui vicino, ma perchè mi mancava l'urgenza di dovergli comunicare di me, dei miei pensieri.
Nemmanco mi sarei messa a ritrarre il profilo delle mie emozioni su carta per il piacere di giocare con le parole perchè pure di un puro esercizio stilistico avevo quasi integralmente perso il senso e sarebbe comunque stato rischioso laddove alle parole si fossero fatte corrispondere dichiarazioni di sentimenti.
Lo avevo conosciuto durante i festeggiamenti seguiti ad una cerimonia cui ero stata invitata da mia cugina e non so bene per quale genere di rapporti lui fosse lì. Non lo avevo mai incontrato in precedenti occasioni, ma è anche vero che in quella famiglia s'era sempre seguito il vezzo di considerare "amici" tutti coloro che dopo una scarsa manciata di mezze giornate non si fossero, ancora, allontanati dagli atteggiamenti tipici di quella gente e che io, ad esempio, mal sopportavo da tempo. Ebbene, queste abitudini non erano dovute ad un moderno promiscuo intendere le relazioni, bensì all'esaltata e per qualcuno evidentemente esaltante necessità di dimostrarne una qual si voglia forma non essendo mai riusciti nella vita a mantenerne una che fosse sincera, neppure con prole e consorti. Analisi sociologiche più o meno dritte o inerenti alla situazione che vivevo non m'interessavano.
Lui era a quella festa, con la camicia bianca sbottonata di tre e gli occhiali da sole a coprire la luce che mi piacque inventarmi nel suo sguardo, la schiena appoggiata alla ringhiera del terrazzo e un insana attrazione col manifestare carisma in minimi gesti; io c'ero stata; ci eravamo incontrati e non me lo toglievo dalla testa e spiavo un poco i discorsi fatti alla tavola di casa dei miei nonni laddove sentivo che trattavano di lui. Recentemente dell'affascinarmi erano stati artefici i fatti e forse, per il resto, solo lui. Ecco che l'altrettanto potere di seduzione, pari al puro stato delle cose non corredato da opinabili opinioni di sorta, che lui da me riscuoteva, alla tavola e di fronte ad un mio mal celato interesse verso l'oggetto della conversazione che non mi vedeva, per altro, coinvolta, s'era in effetti già reso oggetto di loro traduzioni improprie che lo vedevano addobbato di immagini tarocche raffiguranti una improbabile me in preda a un - forse da quei paventato - innamoramento fatale.
La misi sul piano dell'ironia come probabilmente sempre sarebbe comodo fare con individui coi quali un tentativo di confronto maturo non è in vero fruttifero nè proprio possibile.
Mia cugina invece prese intanto a telefonare proprio a lui forse per cercare in me un qualche barlume di gelosia che non poteva cogliere visto che non ne manifestai o la scintilla del sentimento che già mi vedevano vestire senza che fosse niente meno e niente più che una sola, solo loro, illusione.
Un paio di risatine ed un telefono messomi in mano.
Avrei potuto incominciare in quell'istante a presentargli la lista dei documenti, che un amico mi aveva raccomandato di non dimenticarmi di richiedere, necessari per un attento studio preventivo di fattibilità, rispondenza, impatto ambientale, praticabilità, feedback, norme ISO, conformità al CCNL, quality control, target analysis, effect management, misure di sicurezza, uscite di emergenza, test beta, gamma, delta, omicron, zeta, rescue, recover, ripristino condizioni iniziali, CTR+ALT+CANC, task manager, verifica materiali, verifiche spirituali, resistenza alla pressione, alla torsione, attestato NACCLA [=NonAndràComeConLAltro], certificato antimafia, certificato vaccinazioni, certificato che mi ami anche tu se no mi fermo prima di cominciare, garanzia ricambiati o risanati, polizza kasko-(solo-se-kaski-tu).
E' ripensando a quel momento lì che ho capito che non mi sarei trasformata in una delle donne di Leonardo perchè io viaggio da sola.
Le donne di Leonardo sono due e a condividere un uomo com'è lui forse loro si trovano bene. Oppure si contendono il tempo da dividere con lui e tra loro invece nemmeno un saluto se s'incrociano in strada, pure se sanno.
Io ho tradito due volte ed in tutt'e due le circostanze non un uomo, ma la sua convinzione che io stessi facendo il suo viaggio o un percorso con lui. Non aveva compreso ancora; nemmeno ho potuto spiegargli meglio. Prima mi firmavo sua e non ho mai mentito. Eppure non aveva capito, no.
Faccio incontri interessanti e nessuno ch'è ancora riuscito a fermarmi.
Menomale.
(Cappello a cilindro - Per non rallentare)
Perchè con l'età si dovrebbe essere più disillusi/cinici
cos'è successo al guccio da 'amerigo' a 'metropolis' secondo voi?
trovo ci sia un salto o comunque un'evoluzione di stile. non parlo solo dal punto di vista musicale, ma mi interessa più che altro la sostanza delle tematiche, il 'sentire' che trasmette.
potrei sparare a vanvera (chiedo aiuto e confronto non a caso) ma mi dà la sensazione di un passo verso qualcosa di senz'altro ancor più intimista, ma come se si fosse passati da una chiave esistenzialista della vita ad una più nichilista.
per poi finire più avanti nel puro decadentismo (direi da signora bovary in poi) e seppur sia evidente una coerenza di fondo, è un salto mica da poco considerati gli esordi per lo più 'incazzusi' e soprattutto anche molto ironici. ora, è vero che il cinismo può essere anche molto divertente a suo modo (più sarcastico che ironico), ma qui mi sa che si tratta di un'evoluzione di sentimenti anche molto diversa proprio perchè pare molto intimista.
(anche perchè tra l'altro....e qui è il motivo del mio interesse..... mi sembra che analoghe dinamiche si avvertano scattare automaticamente e ciclicamente anche nel corso dell'esistenza umana di chiunque, molto molto spesso)
dicono che c'è da considerare il fattore età di cui la disillusione è un frutto: la caduta degli ideali, la fuga nel privato, un certo rampantismo, un mondo se vogliamo allo sfacelo che di per sè non sono di certo un toccasana per una sensibilità pronta al pessimismo e alla malinconia
----> mah. e anche se fosse: perchè questo automatismo che collega il fattore età a tutti questi altri fattori?
ci si concentra, dunque, sui propri fallimenti tanto che se ne influenza la propria poetica. e l'entusiasmo dei propri successi?
se il bilancio si basa sui fallimenti e le bastonate e la stanchezza accumulata, dove mettiamo speranza, fiducia, passione?
c'è anche da dire che come diceva lennon e ribadisce lui stesso si tende a scrivere quando non si è impegnati a vivere, quindi occorre pure contestualizzare la sua visione della vita a momenti di scrittura che pur non essendo sicuramente circoscritti e fini a se stessi (basti pensare all'approccio metafisico che lo contraddistingue), possono tendere ad essere più pregni di un certo lirismo malinconico-nichilista espresso più prepotentemente di quanto poi effettivamente si viva.
si considera un "naturale" "processo di crescita" dovuto all'avanzare dell'età, ma non si sa spiegare perchè e non se ne sembra più felici effettivamente.
e dove sta scritto che ci sia effettivamente più "incoscienza" nell'approccio considerato "giovanile"? chi ci dice che non sia da incoscienti quell' annichilamento progressivo e che la maggiore coscienza di sè e del senso della vita non si abbia maggiormente da piccoli?
trovo ci sia un salto o comunque un'evoluzione di stile. non parlo solo dal punto di vista musicale, ma mi interessa più che altro la sostanza delle tematiche, il 'sentire' che trasmette.
potrei sparare a vanvera (chiedo aiuto e confronto non a caso) ma mi dà la sensazione di un passo verso qualcosa di senz'altro ancor più intimista, ma come se si fosse passati da una chiave esistenzialista della vita ad una più nichilista.
per poi finire più avanti nel puro decadentismo (direi da signora bovary in poi) e seppur sia evidente una coerenza di fondo, è un salto mica da poco considerati gli esordi per lo più 'incazzusi' e soprattutto anche molto ironici. ora, è vero che il cinismo può essere anche molto divertente a suo modo (più sarcastico che ironico), ma qui mi sa che si tratta di un'evoluzione di sentimenti anche molto diversa proprio perchè pare molto intimista.
(anche perchè tra l'altro....e qui è il motivo del mio interesse..... mi sembra che analoghe dinamiche si avvertano scattare automaticamente e ciclicamente anche nel corso dell'esistenza umana di chiunque, molto molto spesso)
dicono che c'è da considerare il fattore età di cui la disillusione è un frutto: la caduta degli ideali, la fuga nel privato, un certo rampantismo, un mondo se vogliamo allo sfacelo che di per sè non sono di certo un toccasana per una sensibilità pronta al pessimismo e alla malinconia
----> mah. e anche se fosse: perchè questo automatismo che collega il fattore età a tutti questi altri fattori?
ci si concentra, dunque, sui propri fallimenti tanto che se ne influenza la propria poetica. e l'entusiasmo dei propri successi?
se il bilancio si basa sui fallimenti e le bastonate e la stanchezza accumulata, dove mettiamo speranza, fiducia, passione?
c'è anche da dire che come diceva lennon e ribadisce lui stesso si tende a scrivere quando non si è impegnati a vivere, quindi occorre pure contestualizzare la sua visione della vita a momenti di scrittura che pur non essendo sicuramente circoscritti e fini a se stessi (basti pensare all'approccio metafisico che lo contraddistingue), possono tendere ad essere più pregni di un certo lirismo malinconico-nichilista espresso più prepotentemente di quanto poi effettivamente si viva.
si considera un "naturale" "processo di crescita" dovuto all'avanzare dell'età, ma non si sa spiegare perchè e non se ne sembra più felici effettivamente.
e dove sta scritto che ci sia effettivamente più "incoscienza" nell'approccio considerato "giovanile"? chi ci dice che non sia da incoscienti quell' annichilamento progressivo e che la maggiore coscienza di sè e del senso della vita non si abbia maggiormente da piccoli?
lunedì 14 novembre 2011
U ma u fa e crêuze in Zena
Mi ricordo sempre di quella volta quando sul sedile dell'autobus scrivevo in blu, forse di bolle di sapone e stavo con il quaderno appoggiato alla gamba ed il piede spostato in avanti perchè i posti davanti a me erano vuoti; il tram era mezzo vuoto; la mia testa non era sufficientemente sgombra da apprezzare solo il sole che, dalla sua, dava chiarezza ai miei fogli. Poi ogni tanto un'occhiata fugace al finestrino mentre rallentavamo: lo facevo per guardare le scarpe delle persone agli attraversamenti pedonali poggiarsi sull'asfalto che di lì a poco sarebbe sicuramente stato bagnato.
Ho sempre ritrovato qualcosa di mio dentro l'umidità dell'aria: che fosse nelle cantine dove il vino perde la sua importanza o invece di pioggia senza piangere. Ho sempre trovato dentro l'umido qualcosa di me anche quando umidità non ce n'era. O non ancora e non più.
Beh, Sinbad il marinaio si sarebbe rimesso gli stivali gialli di gomma e avrebbe certamente finito per perdere il calore di casa sua in cambio di quella vie perchè, vedi, c'è sempre un posto ch'è più casa delle tue stanze quando c'è quell'odore da farti ammuffire la vita nei libri mentre lo provi a raccontare e ti rileggerebbe chiunque perchè dentro c'è passione vera. Sporca e non pura. Rimasta.
Sinbad il marinaio avrebbe ripreso gli stivali di gomma gialli e si sarebbe messo a passeggiare per la strada se si fosse messo a piovere per davvero. Non un po' d'attenzione alle pozzanghere perchè non c'è niente da giocare quando quell'umido lì ti riempie la gola. Ti fa respirare solo più di lui.
Sinbad avrebbe portato con sè il cane, senza ombrello. Gli stivali sì.
Questi passanti, loro forse la conoscono la storia delle loro strade, delle loro piazze, delle loro edicole, dei cabinotti dei fiorai, delle enoteche. Sono arrivati arabi anche qui a venderci la farinata e far incazzare i livornesi.
Questi passanti da borse e bambini appesi ai bracci che avanzano incuranti dei miei occhi magneticamente incollati alle loro camminate: questa è la tua prima volta a Genova, figlia mia e tu non li vedi; non andremo sul battello nè ti porto all'acquario. Non passiamo oggi nelle vie diventate arterie di Fabrizio e le case a cubo dove tutti hanno panni da stendere insieme al loro colore di casa, di facciata, tu nemmeno le guardi. Però ricordati, ségnalo: dopo il Sunflowers c'è il piccolo mercato coperto e poi si arriva in piazza Corvetto con pochi giri a caso di auto. Una via che dà lì l'ho messa nel mio dipinto che neanche lo sapevo. Sono andata a Genova per cercarlo, il mio dipinto, bimba. Gli ho cambiato solo l'asfalto che, proprio sotto ai piedi di tutti, s'è preso la forma acciottolata di altri tanti caruggi di questi.
Fin da dopo la galleria di San Paolo della Croce si vede già il mare ed anche il porto. Eppure poche ore prima pensavo a quanto avrebbe fatto male pensare che l'indomani sarebbe stato domani. E oggi ancora.
A Genova si sanno difendere, loro l'identità se la costituiscono addosso, costruiscono e riconoscono nelle facce e le case sono vicine, vicine tanto che non puoi non guardarti negli occhi mentre i tuoi panni li fai asciugare dalle piogge. I genovesi si sentono protagonisti ed amano i contrasti e su di quelli fanno le loro puntate, proprio come me nel tavolo da poker ammuffito. Fieri e vagabondi, siete. Fieri e se volete sbadati, ma per voglia. Avevo voglia di Genova. E bisogno. Lo sentivo senza chiedermi perchè. L'ho dipinta, ma non mi bastava affatto. Il dipinto era un bacio sulla bocca, ma Genova di fiati che possono raccontarla ne ha tanti e te ne lascia pochi, se ci vai. Illegittima e fiera. Terrena e altera. Equivoca e volgare. Con tutta quella dignità ch'è sempre pronta a rivelare. Genera più d'un sospetto di non essere normale. Ha qualcosa di Torino e qualcosa della Francia nella mia testa sgangherata e disperatamente attratta dai viaggi, appassionata come loro al loro mare che se glielo dite brutto, ti rispondono ch'è mare e ti guardano seri. Genova poi ride ed ha una vena solo sottilmente stronza. E' pietra che non si lascia tagliare. Non per niente la lanterna la tengono sul porto antico, loro e non per mare. Non una cartolina dei vicoli: per portarteli a casa ci devi per forza passare.
Io sul mio bus ripenso in ogni tempo ai miei giri di boa perchè Genova può raccontarcela, audace e orgogliosa, ma non se ne esce comunque. Ricordo il cane di Sinbad tutto attento intento ad annusare l'aria e sentirci puzza di piscio e benzina. E motori delle auto che vanno. E di tanto in tanto odore forte di vernice che chiede di uscire dai muri dove è stata messa a dare messaggi forti alla gente. Fossero pure fumetti. Poi si arriva all'autorimessa ed il suo è odore di auto sì, ma nuove. E non è pelle perchè ancora, dentro i sedili, in quelle non ce n'è stata. Il mio braccio invece tocca il finestrino, la mia testa pure ci si è appoggiata. Odore di colla. E io da questo autobus prenderò solo tutto: ricordi dei miei testi scritti qui in un'altra età, frammenti di speranze gettate come sguardi all'asfalto, curiose occhiate e odori riemersi da nasi di cani che forse neanche mai sono esistiti e se sì, chissà dove.
Certi cani tra loro sono più solidali della pioggia di pagine più ricca che puoi pensare a farti compagnia in quelle giornate di solo sole ed umidità pronta a sbottare in pianto. Quelle in cui un wisky di sera non preso concentra meglio tutto. Sul mio bus dedicherò a te un frammento delle mie malinconie ormai ovvie e riempirò il grigio asfalto messo in vetrina col suo prezzo di sorsate d'aria umida, mia, prese da fragili bottiglie rotte come fosse ossigeno. Sono i miei racconti. Sono le mie parole, frasi che chiamo "pezzi" perchè se le metti insieme alla fine mi trovi, perchè mi portano dentro, come fossero loro l'autobus ed io il cane sperso nelle piogge e nel sole, senza padrone che non sia l'odore di qualcosa. Sono i resoconti di viaggi tenuti insieme dai biglietti con cui giocherei anche a carte se potessi. E passi fatti attraverso i piedi di Sinbad: con e senza gomma gialla per poterne cancellare tratti e ritratti incontrati. Tu non raggiungermi in questo contesto sterrato: potresti infangarti ancora.
Tu gli stivali gialli, quelli da marinaio, li hai solo avuti in prestito un giorno o un mese oppure sei abituato a perderteli sempre senza farci caso. E troppo spesso dentro i miei occhi.
Scritto da h.n. in tre fasi:
- a Genova in auto per i vicoli prima di arrivare a Palazzo Ducale per il venticinquennio del cvt, il 27-3-2010
- alla Taverna dei Mercanti di Torino al concerto di Angelini e Forin mentre Forin cantava "vagon lit", interrompendo io di scrivere alle 23.38 del 16-4-2010
- stasera, 20-4-2010, al pc che alla firma segna le 0.23 (dunque 21-4-10), rimodellando ancora agli appunti forma, regalando loro nastri di parole e coraggio.
Colonna sonora:
Fossati - Il bacio sulla bocca
http://www.youtube.com/watch?v=8PafDO-lATI&...
Angelini - il profumo del canto
http://www.youtube.com/watch?v=wXMl5R9i9b4...
Max Manfredi - Tra virtù e degrado
http://www.youtube.com/watch?v=xHC4SBljC5U
Faber - Creuza de ma
http://www.youtube.com/watch?v=Mq1wJcQlDZY&...
Lauzi - Genova per noi
http://www.youtube.com/watch?v=zYZc5PjvmOk&...
Baccini - Genoa Blues
http://www.youtube.com/watch?v=Ca6e6iQt1ms
Augusto Forin - Vagon Lit
http://www.facebook.com/?ref=logo#!/video/video.php?v=114736841888635
Tenco - Io sì
http://www.youtube.com/watch?v=h-AX062BP1M
Sirianni - Nel mio quartiere
http://www.youtube.com/watch?v=FFOL_c-q_vU
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Scusa?
Dovrei dirti che mi dispiace e che quando penso a come è oggi tra noi malinconia e tristezza mi prendono a turno gli occhi. Non te lo direi come forma di "scusa" perché non credo di dovertene.
Forse penseresti che ti corro dietro e mi vedresti come la povera scema che s'è innamorata di uno che le dice d'amare un'altra. Non è così.
Ma magari mi sbaglio ed invece di scuse te ne devo. Ci provo.
Scusa per averci messo la fantasia nei miei primi contatti con te: me la fossi tenuta in testa forse non ti saresti incuriosito mai e non ci saremmo scambiati gli indirizzi per spedirci una cartolina al giorno, anche due, da quel momento, da addomesticarci senza accorgercene attraverso un banale "oh, come stai?". E invece era tutto prescindibile com'è adesso e non un appuntamento così quotidiano da diventare naturale.
Beh, scusa anche per le immagini di me che t'ho regalato. Non erano brutte, ma che senso potevano poi avere in effetti?
Scusa per averti chiesto spiegazioni per le parole difficili e per averti letto i sottotitoli della mia vita incorniciandoti per casa quadretti dei miei aneddoti. Scusa per quella casa di cui conosco solo una finestra e tutt'al più un divano e che pure tu hai vissuto poco per un mese.
Scusa per essermi chiesta "chi sei" e non aver fermato la risposta prima di dartela e dirtelo io, chi sei, chi fossi per me. Scusa per non averti dato del mago con il tuo modo d'esprimerti, dunque, ma solo dell'artigiano. In effetti sei stato pure mago perché sei riuscito a farmi leggere scritti che solo un attimo prima non c'erano e poi invece, d'un tratto, mi facevan comparire in testa visioni nuove sulle mie cose di sempre. Quasi fossero canzoni.
Scusa, scusa per averti visto negli occhi la passione e la dimestichezza con la disillusione tanto da scansarla tutta, come un bimbo, ma più consapevole. Le stesse che ti dico di quando scrivi le tue parole.
Scusa per le nostre di parole ché il nostro è stato tutto un non rapporto breve tanto quanto intriso d'infinite parole, livelli, codici (e non t'azzardare a chiamarli linguaggi). Grazie per alcune di quelle che hai speso per me e alle quali ho creduto al punto da spenderci oggi appresso un po' di dolore. Scusa per non avertele chieste, avremmo avuto senz'altro una scusa per non dirle spontanee. Non ci ho pensato.
Scusa per le smorfie, le dita, le provocazioni inutili quanto sostanziali come spesso lo è giocare insieme a qualcuno che sorride come te in quel momento. Scusameli i momenti: quelli in cui la voglia d'averti vicino è stata troppa, quelli in cui t'ho detto cose, quelli delle notti a non dormire condivise e due albe e tante quasi. Scusa per i "quasi" al fondo di qualche mia frase, dalla sintassi da capire, che t'han fatto ridere e dire che è bello perché me la gioco.
Già. Quanto è vero. Dirlo oggi assume un sapore dolceamaro, ma fa lo stesso. Scusa ancora allora per le risate che ci siamo fatti ché a chiamare felicità l'impiegare tanti attimi della giornata col sorriso a disegnare i contorni alle labbra è roba da matti.
Scusa per la follia di dirti tutto, non tenermi niente, sempre, e metterci sincerità ai limiti dell'ingenuo.
Scusa per quella Roma sexy che non t'ho fatto vivere per ore perché volevi correre da me. E l'hai tradita tu. Abbandonata seducente.
Scusa se mi sono infiltrata in qualche modo nella tua vita come mandando qualche messaggio in una redazione radiofonica e finire ad essere ospite fisso del programma.
Scusa per via Caetani.
Scusa, scusa se amo tutte le cose che ami tu, ma non riesco ad amare la tua donna. Però c'è stato un secondo, uno solo, in cui mi sono sentita tale. No, non te lo dico quale.
Scusa per quelle mie fragilità e rotture, storti sguardi sulla strada, sensibilità che non potevi conoscere e cui fino ad un certo punto hai fatto fronte tu più che altri. Più che tutti. Scusa davvero perché io le adoro, ma non eran scontate per te. Te le sei pagate tutte.
Scusa per non averti offeso, deriso, scombinato la vita, depredato il cuore, ma solo conosciuto, incontrato un po' per caso.
Scusa per averti costretto, costretto legato ad un cavetto a forma di microfono a commettere un reato dopo l'altro. Quelle sere sul divano effettivamente esigevano le tue canzoni chitarra e voce sussurrate all'orecchio e talvolta dedicate, ma non dovevo rimanerne affascinata. Non era previsto.
Non era previsto che ti inviassi delle scuse, ma già che ci sono, ti prego di scusarmi pure quel sorriderti all'orecchio in quelle due, tre volte che abbiamo litigato e un attimo dopo chiarire mi faceva bene.
Scusa per averti aspettato sveglia neanche la fossi stata davvero una tua donna. Scusa per le opinioni sul tuo lavoro. Non sono più neanche di moda le opinioni!
Scusa per essermi fatta trovare davvero e veramente io quando ti sei fatto tutti quei km per venirmi a prendere. Scusa per essermela presa perché non mi hai portata con te.
Scusa la mia ora in quel bar dentro la stazione, dove siamo tornati insieme a sera fatta, in cui la mattina avrò letto mille pagine prima di poter scrivere con te la nostra. E scusa se ho macchiato i fogli di caffelatte e di inchiostro senza piangere, ma con le mani. Scusa per la calligrafia che non si capisce e scusa perché quando t'ho visto t'ho dato un bacio in faccia e non la mano.
Scusami gli occhi. Loro cercavano dettagli di cui scrivere, loro non volevano dimenticare nulla e ora vivono la ridicola forma di condanna che si meritano. E non passa e contrappassa nulla lo stesso.
La panchina era davvero poco romantica, inutile ti chieda di scusarla; chissà quanti clochard già ci avevan provato riuscendo solo a maledirla. Scusa per le maledizioni che t'avran tirato i tuoi amici con cui avresti potuto trascorrere ore e gli hai boicottato gli appuntamenti per me che già facevo la scema. Scusa perché non sapevo niente di niente di come tu arrotolassi gli auricolari sul lettore mp3 e a te manco importava.
Eppure quella canzone era da dividere con qualcun'altra.
Scusa, allora, se c'ero.
Scusa se mi sono trovata nel tuo libro di storie in un anno sbagliato con un amo per nulla sbagliato e non ho urlato spaventando tutti i pesci. E, senza guardare la data, t'ho rivelato il mio nome per davvero anziché dirmi pescatore, di asterischi o di Kukuwok. Scusati perché trovi ne debba pagare per questo la nostra alchimia. Ti scuserà lei se per caso c'è stata e non me la sono solo immaginata. Scusa la presunzione e la tensione, lo sfacelo dei miei attimi d'ironia sulle carte in cui credo di poter decidere tutto. Mi dimentico poi sempre i trucchi di questo mondo clown fatto di rapporti umani insindacabilmente complessi e confusi. Scusa allora perché di difficile non c'è stato proprio nulla in quella stanza. Per condividerci senza spezzarci, per baciarci, per mischiare, incastrare, abbracciare corpi e menti, concatenare sguardi e non lamenti, far fare a pugni tra loro solo i futuri ricordi di quelle ore che sono scivolate veloci e ne hanno generati tanti. Quelle ore che oggi sono sotto silenzio e sotto vetro e non battute forti o sussurri nel sesso mentre ti mordo l'orecchio.
Scusa per averci sentito verità ed un'impressione di scambio mentre ero solo io che volevo te, lì, in quelle mura col tappeto effettivamente presente e testimone senza plaid sotto cui addormentarsi veramente complici. Qualche volta non ricordo che posso sbagliare sensazioni. Scusa perché io quelle complicità non so come ce l'ho invece sempre viste addosso, pure senza vestiti ed a livelli assurdi. Inimmaginabili, dicesti.
Scusa perché anche oggi tutto questo non è il caso, non è il caso.
Scusa perché non riesco a chiamarlo destino avverso e nemmeno scelta consapevole e sincera.
Scusa per come t'ho visto puro fino in fondo e sporco di colori che non si sa quali siano precisamente e mi sei piaciuto poi un po' in tutti i modi.
Scusa per i modi, non grotteschi, ma quasi surreali di questa francesina del cazzo che non mastica nemmeno la lingua, ma c'articola frasi e scusami quei baci.
Scusa. Scusa davvero per non averti chiesto scusa davvero di tutto questo nemmeno adesso. Scusa perché gioco ancora una volta con simboli e parole e passo messaggi sotto le righe dove appoggio le frasi come fossero in cucina all'ora del the. Scusa se non ho capito neanche ora e se t'ho massacrato di parole senza fiato, senza senso, senza un vero intento.
Scusa se io non ho avuto obiettivi tutto il tempo e non t'ho nemmeno fotografato e se mi sei mancato e mi mancherai un po' ancora.
Scusami per averti creduto vero e non un gioco delle mie ormai usuali illusioni. Avrei potuto limitarmi a citare un De Gregori e non rompere troppo. Scusa per il nostro tassista.
Ancora scusa e questa volta faccio per serio, scusa se non so essere diversa da come sono e se gli orgogli li supero da destra e sinistra, ma ciò che sento non così facilmente. E non è perché tu non provi per aver perso tutto questo altrettanto mio senso di dispersione e dispiacere e sottile timore che non ti dico più niente. E' per quella giustificazione qualsiasi che troverai per non fare l'amore con la primavera che mi fa male e freddo e caldo e rabbia e sentirmi sola in questo diario pieno di scuse che sembra un copione troppo drammatico persino per un film (lo diresti, al limite lo dirai). Scuse per nulla plausibili per non vivere a pieno ciò che si sente proprio. Ed è qui, proprio qui, che metto il punto.
Che sia una buonanotte, mon tresor. E che non pianga mai. E' stata solo una notte folle trascorsa insieme per una volta a dormire. Si dividono cuscini e respiri, di notte, perfino coi compagni dei campeggi. E se non son quelli viaggi. Una notte senza neanche poi troppe chiacchiere o affetti sbandierati. Una notte piena di silenzio, in fondo, ch'è paradossale pensarlo vuoto. Una notte in cui non c'interessava la luna come succede ai poeti, ma che i poeti avrebbero trovato stimoli, secondo me, per descrivere meglio di come io so muovere i sentimenti premendo le lettere di questa lettera o specie, che fa specie per quanto è stupida. E leggerne, di quei poeti che raccontano di noi dico, ci sarebbe piaciuto sia a te che a me. Magari tra un letto e un divano (con una lampada ambient). Ma chi declama ad alta voce?
1.38
7/4/2010
HeleN.
(Una vita che scappa - Mimmo Locasciulli)
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16.01.10 - Cazzo fai, Pierrot?
(Vasco - Il mondo che vorrei)
Hai pianto. Rimasta senza benzina nella notte come ormai è tipico. Hai perso tutto il sex appeal sbattendo le mani contro quella tanica vuota. Lui ne ha acquisita, invece. Sei come onda tra le onde nel cielo arrossato di rabbia dove le chiamano nubi. Sei come cavo per terra: alimentazione di questi tuoi bassi emotivi che depistano. Hai riassunto troppo. Ti sei persa pezzi. Spazi. Voragini d'affetto. L'effetto, lo sai, è il solito buco. E' lo stesso giro di accordi di sempre con l'espressione per nulla stupita, solo forse un po' indispettita, sconvolta, come mai? chè, forse non lo sai?
Collane con catene di parole da venderne. Hai pianto.
Hai questi occhi colorati che ti stanno di un bene che dovresti ricordartene. Hai un sentiero, tuo, mantenuto fino a oggi e se anche ci cammini dondolando un po' ubriaca ta le tue preoccupazioni e paure che t'importa? tu l'amore ce l'hai. E da lì non lo toglie nessuno pure con pupille tristi e sfumature di trucco che ti rendono più fragile. Fra i capelli una rosa appassita metà bianca, metà rossa. Si direbbe sintetica. Sei cresciuta strana ragazza mia, ma sei andata avanti. Ti han detto che ti stimano sputando sul tuo libro di storie. Ognuno ha il suo modo di raccontarsi, ma che vuol dire?
Ora sei seduta su un dado bianco con numeri neri in una delle tue stanze dalle pareti rosse. Non riesci proprio ad andare oltre; confini, sono confini. Queste porte sprangate cadono giù, non esistono stipiti e tu lo sai. Spingi. Appoggiati sulle spalle. Quelle si schiudono col suono di fisarmonica come fossero promesse sghembe di giorni nuovi. Hai provato ad appenderci quadri, ci volevano i chiodi, ci sono quelli delle tue smorfie. Dolore, gioia, amore palese, amore che fa male, una chitarra stonata. Rabbia anzichè forza. Rabbia anzichè essere saggia, ferita. Apri quelle mura rosse, ti dico. Sei seduta su un dado stasera, ce la fai nella tua t-shirt verde sotto una camicia bianca a scacchi blu. E una faccia nè pallida nè adirata, senz'altro malinconica e per nulla, a dirsi, felice.
Apri le pareti senza oltrepassare d'usci. Esci senza passare i limiti. Liberati, perchè questa sei tu. Chiodi e risa. Ti senti di gomma, ma non cancelli niente. E batti la scarpa quando l'appoggio io pure e lui con lo stivale. Se non ti ama siete almeno sullo stesso spartito e allora d'accordo partiamo, d'alloro i rami per strada. E baci semplici. D'abbraccio poco dopo natale sapeva l'armonica a bocca in sol che ci dice che sì, ci dice che occhi pesanti poggiati su dita su corde si dicono amanti tra loro e sanno guardare e sperare abbastanza per poter continuare su un piano che è un numero solo su cui ti siedi a gambe incrociate. Rischioso tappeto di tasti da suonare che sa di casa. Un numero, una nota.
Tuta da nostromo quando sei sulla luna con gli occhi, astronomo in mare, la luce cui abbocchi e pensi che speranza sia scrivere per storto con una mano piena di fortuna da sgranare come sguardi stupiti, destini diversi, destni distanti, destini soltanto. No. Vuoi costringere quei dadi al tuo numero nelle mani come semi e lanci senza darti a gabbie di corde, di getto, ma te le tendono proprio. E non ci sono tendoni. Solo bicchieri pieni di neve a cui tirare palle addosso come al Luna Park. Cerchi di saltarne fuori prendendo di corde quelle lanciate come cime, segni, segnali di strada.
Non stai piangendo affatto, puoi vedere le colpe se non appanni il finestrino di grida. Tu grida, però. Ci siamo scaldati, solo scaldati. Sedie con cuscini arancio o poco più scuri; sgabelli di legno. E l'importante è che siano pieni. Luci verdi e gialle e bianche si fanno cerchi, rotondi, sopra tendaggi del colore della sua camicia vinaccia di ogni sera. Ci siamo scaldati, solo scaldati. Ma tu cazzo fai, Pierrot? piangi?
Ho consigliato di non fidarsi di te per scherzo, per proteggere i miei approcci timidi, perchè mi dichiarerei in arresto, ma non posso. Smettila con le denunce se no m'addormento di una stanchezza qualsiasi. Guarda l'orologio, t'indica pure la data. Se hai solo il polso, meglio. Le vene fanno a gara a rincorrersi, creare circuiti, ti dicono anche loro quanto hai vissuto come una stella mentre ti perdi a guardarla e pensare. Te lo regalo alla prossima festa un orologio che ti dica la data, tu intanto sposta la porta senza stipiti, dondola della tua aria di gesso, fatti guardare guardandoti intorno. Sono dita su corde. Sono piedi su corda. E tu non sei clown, quasi neanche attrice, donna pure da mimo. E rossi tramonti sul mare per i polmoni: i tuoi palinsesti, in cui sbattere. La luce è lì dentro, lì, dentro, perchè tu sai perdere la testa, ma non la perdi mai, con occhi tristi o entusiasti. Continua a farla perdere agli altri.
Il proprietario del locale non ha preso sul serio la nostra fretta nelle voci e la margherita è arrivata in ritardo. Tu non avevi insomma ancora deciso se l'amavi ma già lo avevi baciato. Il proprietario della pizzeria aveva altri fiori all'occhiello da cogliere e al tavolo chiamava 'amici' i suoi ospiti. Non era questione d'attrarsi o distrarsi, ma di tempo volato di minuto in minuto e fame di risposte pronte. Non ti ho fotografata, ma ho fatto il primo piano a un altro dei miei pensieri liberi. Il cajon dal suono torbido che mancava dentro la mia testa continuava a sbattere con mani sempre più ferite, bollicine e qualche graffio, bruciore da non coprire il suono, non assordante. Gli contavi i testi che non aveva ancora imparato, testi da sussurrarre appena tra labbra strette e sottovoce. Un altro ti faceva cenni d'intesa. Un 70 di vodka fingeva di non integrarsi con 2-3 limoni che s'erano sciolti nei ghiacci. A stantuffo scrivevi poggiata, col sangue, poggiata sulle tue cosce e poi gambe di sgabello dopo. E a casa ti spogliavi dei jeans davanti al letto riscoprendoti dea e ti sei meravigliata dello specchio ch'era sempre stato a guardarti. Che stupore la possibilità narcisa d'averti, occhi e panni e lembi di pelle per poter riflettere di quella bellezza. E continuare a cercarsi.
Mi sono ricordata dei coriandoli che hai deciso ora di regalare, li ho riposti nell'armadio a destra nell'attesa eterna del suo venirli a prendere. Questa testa morbida d'alcool segue la tua corsa sfuggente tra le siepi di un labirinto senza drago, solo pieno di sensi.
E tu, pettirosso, come tutti, oggi non hai volato per me, non hai spiegato le ali per me. Non mi sei venuto a prendere e mostrare la strada. Lo Swing Club 2 dentro cui innamorarsi ad un primo appuntamento non suonava stasera. Forse non c'è più. La serranda abbassata e quell'edificio ingabbiato mi han detto altro, nel freddo glaciale di quelle vie ho creduto che l'ambientazione per un nuovo ingordo romanzo potrebbe essere proprio lì. Il jazz vi si respira tutt'ora, ma è solo lo sparo lungo della sua pistola. Nel sonno mi sono tenuta la lingua tra i denti, ma i sogni non li ricordo più comunque. E ri-dormo.
Non avrà capito anche lui che stanotte ero Pierrot?
E non avrò lenti da piangere, letti nè ingradimenti della lacrima spessa messa indosso e proprio sotto gli occhi di tutti.
(h.n.)
CAZZO FAI, PIERROT
(jacopo spad spadoni) (2001)
Se ti chiamo, non rispondi,
se ti cerco, non ci sei,
se poi rido, dovevo stare serio,
se a volte piango un po’,
cazzo fai, pierrot..
cazzo fai, pierrot..
Se sei bella, sei invece grassa,
se sei brava, potevi fare meglio,
se se lei è simpatica, è una troia,
se poi ci vado a letto,
tu me l’avevi detto..
tu me l’avevi detto..
Se il mare a te, non dice niente,
se va bene tutto, tanto non ti piace,
se mi telefona Maria, quella ci prova,
se ci prova, a te non frega niente,
dell’altra gente..
della mia mente..
Ma se pensi a qualcuno
e dici che sono io,
ma se mi porti a far l’amore
al nostro parco,
ma se rispondi alle tre
del mattino ridendo,
ma se mi chiedi anche di salire
per uno spinello,
il mondo è bello..
l’amore è quello..
Se ti chiamo, non rispondi,
se ti cerco, non ci sei,
se poi rido, dovevo stare serio,
se a volte piango un po’,
cazzo fai, pierrot..
cazzo fai, pierrot..
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Mi gioco un autogol-le lettere esistono ancora,anche buttate
Ad A.
Come dirti che ora ogni volta che passa quella canzone di Guccini mi vieni in mente tu come se un'adolescenza sfrontata non l'avessi abbandonata a battaglie già vinte?
Non ti ho scritto mai niente di diretto, forse su questo hai ragione un po' tu.
E' tutto vero: gli addii; le comparsate per capire se ci sei; i ricordi che sanno di frasi che mi hai detto senza accorgertene quand'eri mezzo ubriaco e solo così sei riuscito a metterti in gioco.
E' vera pure qualche mia titubanza fragile nel farti arrivare il messaggio che mi dispiace. E poi te lo mando senza alcun senso perchè non hai elementi per capirlo e io lo so.
Vorrei chiuderla qua, ma poi c'è Guccini che non mi dà suggerimenti ma messaggi cifrati che sono in fondo miei e ce li infilo tra le note perchè vivo delle mie immaginazioni molto più di quanto credi tu.
Me lo ripeto, certo, che sono errori ed incidenti di un percorso che non porta alla destinazione che vorrei raggiungere, ma il fatto è che delle mie mete m'è sempre piaciuto più il viaggio che il soggiorno e non per delusione. Sempre i miei dannati codici, messi apposta come combinazioni di fortezze che sono lasciate quasi sempre aperte
Da te vorrei risposte chiare che non sovraccarichino intuiti sbagliati, segnali confusi nè pettegolezzi. Pure il tuo tempo vorrei e ormai dovresti averla imparata la mia presunzione. Ti raccomando di combattere per cause che ti vedo solo io negli occhi e di sicuro le tue sono altre.
Se ti domandi un senso, è ovvio non ci sia.
Solo un'altra pagina scritta a casaccio, senza un destinatario messo del tutto in chiaro, senza commenti scritti con parole che non han capito, senza.
Da questa lettera ho tolto, non ho messo.
Ho tolto i filtri da the con cui convivo di mattina e pomeriggio e ho tolto la voglia di continuare a credere che quello che mi dici abbia un valore vero che c'entra con te. Ho tolto le assenze che mi fanno male, soprattutto di discorsi e sguardi convinti. Ho tolto le musiche che devono completare le mie immagini che sono nella mia testa e passo solo quando scrivo film senza costruzioni sceniche.
Ho tolto anche il bisogno di condividere pezzi di puzzle, che non era poi un bisogno, era voglia di te un po' diversa dal sesso, ma nemmeno poi troppo.
Questa è sempre però la mia mente bucata che filtra significanti e gesti come teatri di pupazzi che per capire che dicono devi averli costruiti. Di pezza, ovviamente. E che i fili ce li hanno sotto i piedi e non tra le mani.
In mano tengono solo carta, matite colorate e disegni fatti e finiti. E buttati come collane rotte, scaraventate su un tappeto che ne nasconde qualche perla a meno che non controlli bene. E se non ti serve un legame, ma t'accontenti di un braccialetto, pazienza.
L'importante è che non lo scambi per uno di quei rosari che ho appeso alle orecchie del mio coniglio con la convinzione di regalartelo come sberleffo in uno di quei nostri incontri negati.
Sono poche parole sceme da non farci caso, scritte davanti al campanile dell'orologio mentre ascolto il nostro disco non solo nostro.
HeleN.
26-1-2010
14.13
15.01.10 - Aprite i forzieri, fuori gli uomini!
(Alamo - Vecchioni)
Dov'è finita la fretta di me? No, tu non ci sei, ma due altre sorprese m'attendono: una è il cielo strisciato d'un mattino appena incomincio.
E' rimasto un solo colombo di turno sul tetto.
I campanili sono tutti austeri con i loro orologi pronti a svegliare il paese. Magari anche te.
Vorrei cambiare oggi e aspettarti nascosta, spostarmi di lato con fotocamera pronta e sorprenderti senza che ti spaventi. Incorniciare i ricordi.
Al suono delle campane di tutte le cattedrali nelle piazze è scattato il cambio della guardia tra i piccioni davanti. Poi sono comparsi anche gli altri. Gli uccelli stanno riempiendo le antenne delle case. Sulla tua non mi sembra tu sia arrivato. Non posso vederti. Potresti esserci adesso, magari alla stazione.
Dimmi quale e trovo il modo di recitare la scena d'aspettarti. Scopri il modo e riuscirai ad avere qualcuno con l'adrenalina scocciata per il ritardo di trovarti.
Solitario; in distanza; comunque allegro, almeno ieri, almeno penso.
I colombi beccheggiano caffelatte sul tetto. Due, appartati, si danno baci senza che ci facciano caso le auto che abbandonano i parcheggi.
Dall'altro lato di casa le nubi giocano un nascondino diverso da quello che conosco e lo fanno insieme alle punte sale e pepe di montagne nude.
Magari sei lì che gironzoli, magari c'è qualcuno più sicuro di te. Magari un pettirosso col petto rosso e non la coda. Magari dovrei correre lungo la diagonale di casa, attraversare stanza per stanza senza buttare gli occhi sulle pareti, adottare qualcuno anche di là e cercarvi entrambi. Potrebbe essere divertente come gioco di bimba o stancante. O potrei perdere tutto. Non posso.
Volevo proteggerti dagli incubi di oggi, da cadute o criminali famigliari. Ci riuscivo nel mio sogno disadattato agli umori del giorno.
Anche i miei amici nelle loro case si svegliano, ma resto in distanza come fa il pettirosso. La mia non è indifferenza, forse disinteresse. Dieci minuti alle dieci e il pettirosso scuro si mette in posa per un servizio fotografico intero. Ha la faccia nera e il becco piatto.
Un'ora dopo torna con piccoli saltelli in balcone tra pavimento e una ringhiera di sbarre che non possono ingabbiare. C'è un sole caldo che pare estate, ma il cielo brontola e dentro non si vede volare nessuno. Il pettirosso ha saltellato e l'ho seguito fin su un albero di foglie già verdi, più in là. Quando s'allontana diventa piccolo, ma non per me.
Forse è passata anche la mosca. Ora che c'incontriamo da giorni quando guardo il pettirosso controllo il colore della coda per far finta di riconoscerlo, ma poi so che è lui perchè credo al nostro costruire questo rapporto di incontri gelosi e mattinieri. Potreste essere tutti uguali voi pettirossi, potrebbe volerci poco a sbagliarsi. Sì, la mosca era qui. Le ho chiuso la serranda in faccia ed è andata via offesa. Speriamo ora non vada a bruciare auto. Non posso far finta di niente e sottovalutare le reazioni di una grande umiliazione o torto subiti.
Mi abituo alle tue abitudini, mentre tu poi sta a vedere che vuoi scombinarle. Pure io.
Tre aiuole innaturali nel mio bagno accolgono i passi dei piedi rendendoli morbidi come davvero non fossero tappeti.
Cambio penna e colore ogni tanto e canzone. Sulla lavagna scelgo quale scrivere. La lavagna è rimasta gobba per il calore del termosifone di sotto. C'è un davanzale di mezzo che non si fa i fatti suoi.
Cancello le parole e sembrano tappeto di pittura o onda bianca, un tutt'uno e non tante piccole parole. E cancello perchè se no s'intorpidiscono. Uso i miei piccoli mezzi per mandare messaggi anche se inutili come quelli che avrei potuto inviarti con questo telefono scomodo e la lavagna è senz'altro sincera e non di facciata pure se contiene messaggi gridati o sussurri come fosse effettiva vetrina. Ho pensato di lasciare scritta mezza canzone, tagliandola in diagonale, ma l'ambiguità potrebbe ferire. Rimangono al massimo piccoli coriandoli d'inchiostro blu che mi ridono in testa insieme al ricordo di quelli lanciati addosso a lui all'uscita del teatro e poi tolti uno ad uno con le mie dita sui suoi capelli e sul viso davanti alla sua prima richiesta che non fu nè cena nè di condividere primavere. Voleva i coriandoli, lui. Finalmente mi aveva chiesto qualcosa.
Mancavano due giorni a natale. Eppure non m'ero ancora travestita da babba per far contenti i bambini, ma sembravo io una bambina e lui non m'aveva scritta alcuna lettera e allora ho cercato nella busta di nylon una scusa e ho insaccato i coriandoli per chissà quando e quale marciapiede.
E' tornata la mosca e balzella tra i cestini arancioni di patate, aglio e cipolla. L'aglio non c'è. Non ho allontanato alcuna strega.
E' ora di pranzo, hanno sgombrato il tetto. Pensieri in osteria o voglia di non distrarmi.
Prima giocavano a rincorrersi d'intorno il campanile dell'orologio per prendersi le ali, gli uccelli.
Ci siamo abbracciati come i fiori che copiano i ricci: chiudendoci rannicchiati, senz'appassire e lavorando più forte. Sono sicura: con quella testolina stai inventando sogni per tutti. Per capire se mi ami devo prenderti dieci capelli e poggiarli sul cuscino di stamattina.
Quando ti alzi e sbracci a tuo modo sul materasso verde sei sempre il mio tesoro prezioso e non potrei immaginarne di più. Sei un sogno, però, ch'è qualcosa di un po' artigianale, come un gelato montato con neve e poi posato a freddare. Da nudi amarsi viene più facile, guarda... sei zucchero a velo spruzzato su biscotti già caldi con la mano che trema. Senz'altro speciale, originale e dolce da non nauseare. I tuoi occhi di vetro s'appannano per l'amore di dentro. Il tuo viso s'arruga, pazzesco, per smorfie di tipo diverso. Impercettibili quasi per chi non vede il tuo spettacolo. Il tuo sorriso per nulla modesto mentre non ti rispondo "perchè sì".
Ho evidenziato una frase con un colore arancio che fa sbandare, dice: "La signorina Cinquemani è meglio non farla arrabbiare, tu dammi retta.".
(I Reduci - Gaber)
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